Analisi del reclutamento nell’esercito italiano prima e durante la Grande Guerra 1914-1918

Analisi del reclutamento nell’esercito italiano prima e durante la Grande Guerra 1914-1918

La seguente pubblicazione è reperibile on line presso il seguente sito:
http://www.valgame.eu/trincee/files/ars2000.htm

In questa breve analisi si prendono in esame i meccanismi di reclutamento relativi alle fanterie per non estendere troppo la materia da trattare e soprattutto di tenta di fare chiarezza sul complesso tema della regionalizzazione dei corpi in linea.

Evoluzione del reclutamento sino al 1915

La costituzione dell’esercito italiano, dopo le guerre risorgimentali, rese necessaria una riforma globale che amalgamasse le armate appartenute ai vari Stati del territorio italico. I vecchi reggimenti sabaudi, cui per tradizione si assegnava un titolo geografico che ne ricordasse la sede originaria, vennero rinumerati e gradualmente trasformati in brigate di due reggimenti. Il reclutamento era condotto presso le sedi reggimentali.
Esigenze legate alla politica estera ed alle necessità di difendere un territorio molto più vasto del Piemonte fecero sì che le sedi reggimentali fossero scaglionate in tutto il territorio nazionale pur mantenendo una notevole concentrazione di truppe ai confini con la Francia, nazione che, secondo la politica estera di allora, era considerata ostile.
Negli ultimi anni del secolo XIX nuove brigate si aggiunsero alle pre-esistenti, molte originarie dai corpi degli Stati che avevano formato il Regno d’Italia, assumendo via via nomi suggestivi che, letti in sequenza, ricordavano in qualche maniera l’evolversi delle annessioni risorgimentali. L’esercito, denominato E.P. (Esercito Permanente), raggiungeva così gradualmente, negli anni precedenti la guerra, la forza di 47 brigate di fanteria ovvero di 94 reggimenti.
Accanto all’E.P. era stato creato però anche un esercito di 2ª linea, sul modello delle Landwehr tedesche, che fu definito M.M. (Milizia Mobile). Tali truppe originavano dalle Milizie Provinciali create nella prima fase di riforma delle Forze Armate ed in seguito sciolte. La M.M., che poteva anche essere impiegata in operazioni militari di prima linea, doveva provvedere a mobilitare alla vigilia della Grande Guerra altre 26 brigate di fanteria ovvero 52 reggimenti. Per fornire i quadri ufficiali alle nuove formazioni si creava la figura dell’Ufficiale di complemento (legge 30 sett. 1873).
Al tempo delle Milizie Provinciali erano stati creati altresì i Distretti Militari che avevano il compito di reclutare, armare ed addestrare le truppe regolari e quelle della Milizia Territoriale, nel frattempo costituitasi come esercito di 3ª linea con compiti di servizio e difesa dell’interno del paese. I distretti si dividevano in distretti militari di 1ª classe (bacino d’utenza di 900.000 abitanti), di 2ª classe (bacino d’utenza di 400.000 abitanti), di 3ª classe (bacino d’utenza di 300.000 abitanti o meno)
Negli anni precedenti la guerra (1910, con capo di stato maggiore gen. Saletta) però ai distretti rimase solamente il compito delle operazioni di leva e del reclutamento. Il vestire, armare ed addestrare le reclute tornava infatti competenza delle sedi reggimentali o meglio dei cosiddetti depositi reggimentali che coincidevano con le sedi o le affiancavano nelle immediate vicinanze.
Tutto il reclutamento del tempo di pace, ivi comprendendo anche i periodi delle guerre coloniali, gravitava dunque sull’asse distretti-depositi. A livello politico una delle diatribe più diffuse analizzava la prospettiva di utilizzare un reclutamento di tipo nazionale, che garantisse una migliore amalgama tra i connazionali di uno stato appena formato e che spesso non riuscivano a comprendere i diversi dialetti parlati, o di propendere per un tipo di reclutamento regionale o territoriale che aveva lo scopo di formare corpi di truppa con cultura omogenea ma rischiava di ricreare gli eserciti nazionali degli ex Stati del Regno. La classe politica era decisamente favorevole all’ipotesi nazionale che rispondeva al criterio della formazione della nuova coscienza pubblica italiana, mentre i militari propendevano per il reclutamento regionale di cui si apprezzavano la semplicità e la capacità di creare corpi di elevata efficienza sul modello dell’esercito tedesco (in questo ci si riferiva anche al brillante esperimento condotto col reclutamento alpino, di carattere prettamente regionale).

Il reclutamento in tempo di pace

I giovani in età “militare” affluivano ai distretti di leva in seguito alla “chiamata alle armi”. In questa sede avveniva la prima selezione sia per quanto riguarda la destinazione del candidato coscritto sia per l’idoneità fisica. L’esame fisico verteva essenzialmente sull’accertamento di alcuni parametri fisiologici come l’altezza (superiore a 154 cm) o la normale circonferenza toracica e sulla valutazione di assenza di menomazioni fisiche o malattie in atto. Pertanto il giovane poteva essere dichiarato Idoneo al servizio nel caso rispondesse ai predetti requisiti oppure Rivedibile ovvero rinviato ad ulteriore visita da compiersi l’anno successivo. I non idonei erano dichiarati Riformati e passavano nella riserva.
Gli idonei venivano poi classificati di I categoria se destinati ai corpi, di II categoria se entravano nella riserva per soprannumero di personale, di III categoria se entravano nella riserva per qualsiasi diverso motivo ivi compresi gli esoneri per giusta causa.
I militari idonei di I categoria erano pertanto gli unici assegnati ai corpi per l’addestramento. Tutti i giovani di età compresa tra i 20 ed i 28 anni facevano parte della leva dell’E.P. sia che fossero in servizio (I categoria dai 20 ai 22 anni) sia che fossero in riserva (congedi illimitati di I categoria tra 23 e 28 anni) (II categoria tra 20 e 28 anni, rivedibili, esentati e III categoria, non idonei ecc.)
Tra i 29 ed i 32 anni venivano invece iscritti ai ranghi della M.M. (I-II-III categoria) e tra i 33 ed i 39 anni (I-II-III categoria) a quelli della M.T.
Dal 1877 il contingente di ciascun reggimento di pace era somministrato in parti uguali da 5 (anche 6) distretti diversi, ognuno pertinente ad una delle cinque zone militari in cui era divisa la penisola (Piemonte sino all’Adda, Lombardia – Venezia ed Emilia senza Bologna, Toscana-Marche-Umbria-Roma e Aquila, Puglia-Campania-Abruzzi, Bari-Terra d’Otranto-Calabria e Sicilia). Un sesto gruppo di distretti detti di riserva o complemento (Cagliari e Sassari) poteva essere associato delle distribuzioni.
Il reclutamento nazionale prevedeva quindi che ogni deposito reggimentale attingesse a 5-6 diversi distretti di leva in modo da amalgamare giovani provenienti da regioni diverso.
Il territorio nazionale era poi diviso in 12 zone militari ognuna sede di un comando di corpo d’armata e di due comandi divisionali, cinque zone per il Nord, quattro per il Centro e tre per il Sud. Il Nord comprendeva le zone I (Piemonte nord), II (Piemonte sud), III (Lombardia), IV (Ligure-emiliana), V (Veneto-friulana); il Centro comprendeva le zone VI (Emilia-Romagna), VII (Litoranea adriatica), VIII (Toscana), IX (Umbro-laziale); il Sud era articolato nelle zone X (Campana), XI (Apulo-calabra), XII (Siciliana). Per la Sardegna era prevista l’aggregazione alla zona IX, ma va detto che l’isola era anche sede della 25ª divisione (la prima della di M.M.) o Milizia Speciale per la Difesa della Sardegna.

  Il reclutamento in guerra (i richiamati alle armi)

Con l’inizio delle operazioni di mobilitazione gli organici presenti ai corpi dal tempo di pace rappresentavano circa la metà della truppa necessaria al corpo. Vi era pertanto la necessità di integrare i militari di leva con i cosiddetti richiamati della riserva. Questi ultimi affluivano, anche da classi di età che avevano già superato l’anno della chiamata alle armi, dai ranghi della I categoria e della II categoria.
Al momento della mobilitazione generale quindi ai soldati già in servizio attivo si aggiunsero i richiamati delle classi 1892 (I categoria), 1893 (I e II categoria), 1894 (I e II categoria), 1895 (I e II categoria). Tutte le unità della Milizia Mobile costituite all’entrata in guerra, per il congruo numero dei giovani di leva, attinsero alle stesse classi di richiamati dell’E.P. anziché utilizzare personale dai 29 ai 32 anni come previsto.
Tuttavia l’arrivo dei richiamati non seguì più i criteri del reclutamento nazionale. Infatti era prevalso l’indirizzo militare di regionalizzare le chiamate onde evitare l’impaccio causato dagli spostamenti ferroviari di grandi masse di persone e perché questo sistema permetteva un cospicuo risparmio nelle spese di viaggio. I richiamati pertanto affluirono non già ai reggimenti presso i quali avevano prestato servizio in pace (o avrebbero dovuto farlo se II categorie), bensì affluirono ai depositi di reggimento (detti centri di mobilitazione) situati nella stessa regione del distretto al quale appartenevano, come era prescritto sul foglio di congedo illimitato.
Tale articolazione del richiamo alle armi si addentrava sempre più nel senso della regionalizzazione perché, nella primavera del 1916, gli organi militari, preoccupati per la confusione legata agli spostamenti dei militari per ferrovia, emanarono direttive sempre più rigide in tal senso.
I primi corpi dell’E.P. ad entrare in guerra quindi disposero di personale per metà a reclutamento nazionale e metà a reclutamento regionale. Tutti i corpi della Milizia Mobile invece ebbero in pratica un reclutamento di tipo regionale poiché formati ex novo nel maggio 1915 nei depositi della regione militare di appartenenza attingendo ai distretti extraregionali solo per reclute di I categoria che affluivano ai depositi delle brigate di E.P. cui erano associate, nello stesso territorio, le brigate M.M. In seguito a quanto accadeva venne pertanto coniato il nuovo termine ufficiale di:
– reclutamento misto
Va notato che il nome assegnato alle brigate, anche se spesso ricordava l’area geografica dei depositi nei quali mobilitavano le truppe, non sempre corrispondeva alla regione da cui originavano i soldati. Ciò è vero soprattutto per le brigate dell’E.P. che, per una politica antecedente al conflitto, avevano sovente cambiato la sede dei reggimenti. Così si può spiegare l’equivoco in cui molti storiografi, soprattutto stranieri, incorsero attribuendo al nome della brigata una inesistente attinenza con la regione di provenienza dei soldati (il nesso era valido soltanto per gli alpini). Pertanto si poteva avere la brigata Sicilia che, nonostante il nome mediterraneo, era formata per metà effettivi di fanti parmensi, la Reggio formata da sardi, l’Aosta da siciliani ecc.

Tutte le brigate dell’E.P. entrate in guerra nel 1915 aumentarono le proprie caratteristiche regionali per effetto dei successivi invii di complementi richiamati in seguito alle perdite da combattimento. (A fine 1915 ad esempio la Reggio era composta quasi completamente da sardi).
Maggiori caratteristiche di regionalità ebbero come detto le brigate di Milizia Mobile formate nel 1915 (contraddistinte da mostrine a due bande uguali longitudinali). La brigata Milano, ad esempio, era effettivamente una unità formata da maggioranza milanese e lombarda. Le brigate di Milizia Mobile erano associate a quelle dell’E.P. di cui sfruttavano gli stessi depositi. Vi fu quindi più di un caso di brigate E.P. che patrocinarono la nascita, durante il conflitto, di altre brigate di Milizia Mobile. A queste nuove unità “affiliate” potevano quindi affluire le nuove reclute al primo addestramento destinate ai reggimenti dell’E.P. (dovevano cambiare le mostrine al momento dell’incorporo) e personale delle brigate già in guerra poteva essere scambiato con le brigate affiliate, permettendo un miglior rendimento delle nuove unità grazie all’utilizzo di aliquote di veterani.
Non è dato di sapere cosa avvenisse per le reclute delle nuove classi chiamate alle armi durante la guerra (1896, 1897, 1898, 1899 e 1890) ma è lecito supporre che teoricamente venisse mantenuto il reclutamento nazionale per le I categorie mentre in pratica, per motivi di semplicità, spesso si ricorresse al reclutamento regionale. Ciò potrebbe essere desunto dalla comparsa, in molte brigate, della possibilità di reclutare personale da nuovi distretti militari che si aggiungevano al pool nazionale prestabilito (in guerra salito da 5-6 anche a 9-10 distretti) ed in particolare dagli stessi distretti in cui risiedeva il deposito di mobilitazione o viciniori (es. la brigata Piceno con deposito a Pescara reclutava anche dal distretto omonimo di Ascoli Piceno, a Chieti e a L’Aquila). Questo fatto indubbiamente non rappresentava un deterrente al fenomeno dell’imboscamento dei militari nel loro luogo di origine.
In guerra il richiamato, per cartolina precetto, affluiva direttamente ai centri di mobilitazione dove era armato, vestito e poi assegnato alle unità da completare (o a nuove unità in formazione). Le classi più anziane destinate ai servizi ed i militari a reclutamento nazionale affluivano invece ai distretti di appartenenza dove erano indrappellati e accompagnati al centro di mobilitazione stabilito.
L’avvio dei complementi in linea subì nel corso del conflitto numerose modifiche. Inizialmente dai depositi si affluiva in speciali strutture dei comandi di tappa dette Centri di raccolta avanzati dove i soldati venivano ulteriormente istruiti ed organizzati in reparti di complemento da assegnare ai reggimenti.
Nell’agosto del 1915 vennero costituiti nel territorio delle armate, comandi di tappa, appositi depositi complementari avanzati che funzionarono anche come convalescenziari. Tale sistema che distribuiva le truppe nell’ambito di armata non favoriva certo il mantenimento della coesione regionale avendo la necessità di mescolare le truppe e facendole affluire in caso di necessità.
Si giungeva così all’aprile del 1916 quando per migliorare la qualità dei reparti affluenti al fronte vennero eliminati i depositi avanzati per creare i reparti di marcia. Nella teoria i reparti di complemento dovevano essere reggimentali. Ogni centro di mobilitazione infatti formava un battaglione di marcia (compagnie per gli alpini) ed un reparto di complemento ed istruzione. I primi erano in grado di fornire rimpiazzi già inquadrati ai reggimenti del rango minimo di una compagnia, prima e dopo le operazioni belliche. I secondi fornivano militari addestrati ai reparti di marcia o aiutavano a rifornire direttamente il fronte solo in casi di emergenza.
Nella pratica, in tutto il 1916, si arrivò a costituire solamente battaglioni di marcia per brigate e mai uno per reggimento come avveniva per gli austriaci. Altra fonte di rimpiazzi, indrappellati a plotoni, erano ancora i depositi di convalescenza e tappa eredi dei vecchi depositi avanzati, formati seguendo il principio secondo il quale il soldato convalescente doveva essere reintegrato nei ranghi della stessa brigata nella quale aveva combattuto. Doveva essere cioè assegnato al battaglione di marcia pertinente a quella stessa brigata. Tutto ciò contribuì nuovamente a mantenere il carattere di regionalità dei corpi.
Man mano che il conflitto progrediva la regionalizzazione della truppa paradossalmente però ebbe a calare. Infatti nuovi ordinamenti organici dettati dalla carenza di truppe e dettati dalla necessità di mescolare veterani e reclute favorirono il frammischiamento dei reparti. Il sempre maggiore ricorso a tutti i possibili individui idonei al servizio in guerra determinò lo spostamento di molto personale dai servizi logistici alle truppe combattenti. Tale personale venne rimpiazzato, nei servizi, da non idonei, da III categorie di classi di leva e da elementi anziani della leva territoriale, tutti reclutati con i consueti criteri regionali.
A fine 1916 e per tutto il 1917 si ebbero quindi nuove brigate di Milizia Mobile con personale combattente misto e con personale dei servizi originario della stessa regione (tutte le brigate con le mostrine a tre bande verticali). Facevano eccezione le brigate mobilitate in primavera del 1916 che mantennero elevate caratteristiche di omogeneità regionale tanto che “si riconoscevano dal dialetto parlato”.
La riduzione degli effettivi delle compagnia, avvenuta per circolare del marzo 1917, permise la formazione di battaglioni complementari di riserva (uno per ogni brigata) che, per non essere confusi con quelli provenienti dai centri di mobilitazione, vennero definiti VII battaglioni (in origine e per un breve periodo denominati IX btg. di marcia poiché esistendo IV btg. reggimentali di riserva le brigate avevano otto battaglioni e non sei).
Nell’aprile 1917 infine sfruttando il recupero delle compagnie fucilieri soprannumerarie (le IV comp. tolte ai btg.) si crearono brigate di marcia da utilizzare come riserva d’armata. Il flusso dei complementi veniva così rivoluzionato. Infatti il militare che giungeva dai centri di mobilitazione stazionava presso la brigata di marcia nel battaglione complementare assegnato alla propria brigata, che aveva ereditato gli istruttori dei depositi di tappa, indi passava ai VII battaglioni di brigata e di qui in linea. I depositi di tappa rimasero solo convalescenziari.
Nonostante fossero prese tutte le misure per garantire l’affluenza dei soldati al corpo di appartenenza designato dal centro di mobilitazione, spesso ciò non fu possibile per la grave crisi degli effettivi che colpì l’esercito a metà 1917. Le unità in linea divennero sempre più eterogenee nella loro composizione regionale sino alla riforma dell’afflusso dei complementi del 1918 dopo la disgregazione di Caporetto, causa dello scioglimento di molte unità.

Alcune eccezioni si distinsero nel quadro complessivo di tale reclutamento misto.

Unità che mantennero solo il reclutamento nazionale per tutta la guerra:
– brigata Granatieri di Sardegna (regg. 1 e 2 Granatieri) con sede e deposito a Roma. I criteri di selezione erano soprattutto una non comune prestanza fisica e la statura;
– la brigata ferrovieri del genio. Ovvio trattandosi di personale specializzato.

Unità che mantennero solo il reclutamento territoriale-regionale per tutta la guerra:
– tutte le truppe alpine sia E.P. che M.M.;
– la brigata Sassari, divenuta brigata sarda, il 3.12.1915 in seguito a circolare del comando supremo (vedi circolare della III armata foglio n. 13947 del 30.11.1915)

É curioso notare come tutte le unità citate nello schema siano state sempre menzionate, a ragione, come corpi di élite. Ciò sembrerebbe sfatare l’assioma che legava il miglior rendimento bellico alle caratteristiche di regionalizzazione dei corpi. Va detto però che per la Granatieri l’elevato grado di addestramento unito al grande spirito di corpo crearono l’eccezione ad una regola in complesso valida.
Le unità a reclutamento territoriale o regionale in effetti ebbero migliore rendimento delle unità miste. Lo comproverebbe il progressivo scadere del rendimento bellico associato soprattutto alle ultime brigate a composizione eterogenea. Tuttavia prima di affermare quanto sopra bisognerebbe tener anche conto della maggior rapidità con cui vennero avviate al battesimo del fuoco, della percentuale in reclute scarsamente addestrate, del periodo in cui ebbero a combattere (il morale delle truppe del 1917 era senza dubbio condizionato dall’essere gli uomini al terzo anno di guerra). Il paragone è pertanto difficile da sostenere.
Indubbiamente però il corpo dei bersaglieri, che mantenne per tutta la guerra un reclutamento misto a prevalenza nazionale, dimostrò un rendimento lievemente inferiore a quello delle truppe alpine in pari condizioni ambientali. Evidentemente la guerra statica di trincea non era nello spirito dei fanti piumati.

  

Il soldato italiano e la vita al fronte

Per cittadini abituati al lavoro quotidiano, faticoso e poco remunerativo, l’esperienza militare rappresentava un’incognita: la curiosità di frequentare nuovi luoghi e di fare nuove esperienze e la preoccupazione di lasciare il proprio mondo rassicurante. Il primo impatto della recluta era il Centro di addestramento ovvero il deposito reggimentale. Qui la vita correva noiosa. L’addestramento al fuoco era scarso per mancanza di mezzi mentre l’addestramento al lavoro fisico era costante e ripetitivo. Molti pertanto salutavano con piacere l’invio delle reclute ai reparti operativi:

“Un giorno arriva, quando oramai non si pensava nemmeno più o ci si beava nell’abitudine del lavoro monotono, l’ordine di partire per la linea. Una breve marcia e si arriva ad una zona che presenta una fisionomia del tutto diversa.
Qui scompare ogni movimento. La campagna è deserta. Più nemmeno un villaggio. Qualche casa diroccata. Dei mobili abbandonati in un campo. E il cannone tuona. Un rombo lontano che, a tratti, si rinforza; poi l’improvviso e lacerante colpo di partenza dei 75, lo scotimento dei colpi di partenza dei pezzi di grosso calibro; a tratti nell’aria certi misteriosi suoni, come se una mano invisibile lacerasse un enorme drappo di seta, poi dei miagolii, dei rombi, un sussulto ,un suono come di treno affannato che arriva. Qua e là sul dosso di una collina una densa nube di polvere e di fumo. Là delle nuvolette a due colori, con dei guizzi misteriosi. Ma nemmanco un cannone, nemmanco un uomo. “

Lo stupore nell’acquisire il nuovo paesaggio di guerra lasciava poi rapidamente il passo all’oscuro mondo delle trincee, dove non si poteva vedere oltre il proprio naso e dove si pensava la morte in agguato ad ogni angolo sconosciuto. I compagni d’arme più anziani non aiutavano certo a fare esperienza limitandosi, almeno inizialmente, a “godere” della paura dei novizi, secondo un costume tipicamente italico (forse padre del Nonnismo):

“La via è indicata da un palo: “Ai camminamenti di quota…. ,,. Bisogna scendere sotto terra. Il camminamento dapprima è largo, ma poi presto si fa stretto, tortuoso. E poi si incontrano le corvees colle marmitte e i portaferiti e i portatori di ordini che ti pigiano, ti urtano, bestemmiano perché tutti vogliono passare ad ogni costo per primi; la piccola colonna della compagnia che è nuova a questi via vai ha degli arresti bruschi, con dei rumori di ferraglia scossa. Qualcuno butta a terra lo zaino. Si smarrisce anche la via. È un dedalo di camminamenti. Gli ufficiali sono nuovi anch’essi. La guida che il colonnello ha mandato non si ricorda bene la strada e non riesce ad uscire da il camminamento per ritrovarla. Ecco finalmente un segno di vita; ecco le batterie di bombarde accuratamente celate, i ricoveri di prima linea, le riservette di munizioni.
Chi avrebbe mai pensato che sottoterra ci potesse essere tutta questa vita. Finalmente ecco la trincea.”

Dopo qualche mese anche le reclute si abituavano al nuovo ambiente riconoscendolo come familiare senza per altro accettarlo come tale. La guerra era soltanto una causa di vita disagiata, non certo un evento eroico tale da proporre i valori che stampa e propaganda ostentavano sulle pubblicazioni:

“La vita di trincea, ad eccezione dei periodi di azione difensiva (i bombardamenti) od offensiva gli attacchi), è così monotona e scolorita che determina un caratteristico fenomeno, una specie di restringimento del campo della coscienza, un impoverimento del bagaglio individuale d’immagini.
L’ uniforme paesaggio che si stende dinanzi alla trincea, limitato dalla visibilità delle feritoie (dai fori praticati nel muriccioli delle ridottine) è tale da rendere ancora più monotona la vita di trincea. Il cannone ha distrutto ogni germe di vegetazione; tra la propria trincea e quella nemica non vi è che un tratto di terreno sconvolto, più o meno ampio, di là e di qua i reticolati, paletti contorti, qualche straccio che il vento agita goffamente.
È un deserto. Non un movimento. Gli osservatori, le vedette conoscono il terreno punto per punto, in ogni minuzia. Un ramo d’albero smosso, una palata di terra fresca, un sasso cambiato di posto sono avvertiti come gravi novità. A quando a quando, nelle giornate di tregua, romba d’un tratto un colpo secco di fucile, che desta, come per eco, altri colpi; a quando a quando il rabbioso chiacchierare delle  mitragliatrici. Poi di nuovo silenzio di morte.
Vita di tedio, uniforme; umile distrazione l’arrivo di un nuovo ufficiale di complemento, la distribuzione del rancio, della posta, poi Il giorno del cambio.
È naturale che in questo ambito ristretto a poco a poco la vita immeschinisca, e le piccole cose ingigantiscano: il ritardo del rancio, perché il vero soldato di corveè, spaventato dai tiri d interdizione, si è fermato a metà strada, assume il valore d’un fatto grave ; poi ritardi della posta; le notizie dei giornali; il cambio degli ufficiali.”

Qualcuno definiva la Grande Guerra un “immenso periodo di tedio intercalato da attimi di azione frenetica da portare avanti senza comprenderne la logica”. Padre Agostino Gemelli, psicologo, tracciava questo ritratto del fante in trincea:

“La massima delle preoccupazioni sue, quella che domina il suo spirito, è quella di ordine materiale: il rancio, Il vestito, il meschino conforto che si può avere in trincea. E in questo modo si capisce come si fanno strada strani egoismi, piccole rivalità, gelosie sorde, odi malcelati tra soldato e soldato, per ragioni o cause futili : un poco di paglia, un cucchiaio, una gavetta, una pozzanghera. Si capisce come Il soldato è In primo luogo preoccupato In modo esagerato e quasi esclusivo dei suoi bisogni materiali. Un nonnulla del rancio o dei servizI lo preoccupa e lo turba. Egli cerca, è vero, qualche cosa che lo distragga; perciò, a rischio dl correre pericoli e punizioni, procura dl infilarsi nelle trincee vicine per ritrovarvi un compagno o un amico; qualche volta basta un giornale, una rivista a occupare tutta la sua giornata. Ma ciò non basta a rinnovare la sua vita, che diviene sempre più monotona e perciò limitata.”

Nella noia nasceva così spontaneamente l’esigenza di un linguaggio particolare, di un’espressione tecnica del soldato: il gergo militare. Già presente nella “Naja” d’anteguerra, il gergo della Grande Guerra assumeva, anno dopo anno, grande diffusione ed espressività in tutti gli eserciti del mondo. Parole già note come “Ghirba” – la pelle degli otri d’acqua utilizzati nella campagna di Libia – che significa la “pelle” del soldato, da riportare sana e salva a casa, furono affiancate da nuovi neologismi, alcuni resi celebri sui libri di memorie: “Aeroplani” erano i Carabinieri per via della Lucerna, il loro tipico cappello con le “ali” laterali (per la verità li si chiamava anche Caproni non soltanto nel senso di aerei da bombardamento); il ricovero per i bombardamenti detto in termini militari Blockhaus si definiva “Fifhaus” a causa della fifa che incuteva il bombardamento; la “Terribile” era l’arma dei soldati Territoriali; il “Pescecane” era chi speculava sulle derrate di guerra; l’”imboscato” era chi schivava il servizio militare e così via.
Nella necessità di esorcizzare noia e paura nascevano infiniti ritornelli e motivetti: le canzoni di guerra. Spesso plasmate su arie celebri, le canzoni di guerra erano la massima espressione popolare possibile in termini di rigida disciplina. L’ironia dei versi cantati sostituiva infatti il brontolio della protesta mugugnata a bassa voce.
Talvolta si prendevano celebri ritornelli (come Bombacé) per costruire innumerevoli strofe scherzose, acide e tristi. Va detto, ad onor del vero, che la maggior parte dei canti di guerra avevano espressioni a dir poco scurrili e volgari, diversamente da quanto tramandato dalla storiografia musical-popolare. I cosiddetti canti di protesta, attribuiti alla tradizione anarchica e socialista, non erano poi così diffusi. Erano piuttosto pericolosi da cantare.

Il Coraggio e la Paura

Molti storiografie e molti sociologi si sono interrogati sulle motivazioni che spingevano il soldato italiano a combattere, chiedendosi se il popolo italiano fosse d’indole coraggiosa. Per gli austroungarici non lo era affatto. Si potrebbe discutere se, effettivamente, una certa indole anarcoide (ovvero scarsa di valori di appartenenza ad una Nazione o allo Stato) ed opportunista sia tipica dell’Italiano; allora l’Italiano era molto meno Italiano di oggi.
In realtà il soldato italiano si comportò con dignità ed onore non soltanto nella difesa dei territori veneto-friulani come si pensa (erano molto poco italiani allora per i fanti del centro-sud), ma pure in operazioni fuori del territorio nazionale. Padre Gemelli tentava una definizione scientifica del coraggio in guerra, non intendendo l’irresponsabile temerarietà di pochi, ma cercando di definire un sentimento “di massa”:

“Di fronte ai fatti esterni che in guerra minacciano la conservazione dell’individuo. questi può reagire in due opposte direzioni; può trovarsi in una condizione depressiva che paralizza ogni azione (paura), ovvero in una condizione per la quale si hanno rapide e vivaci ed efficaci reazioni contro le cause esterne che ne hanno minacciata la conservazione. Questo è il coraggio, che è quindi un dinamismo, e può assumere la fisionomia d’uno stato d’animo (coraggio passivo = coraggio stato d’animo), ovvero essere un atto, una reazione emotiva (atto di coraggio = coraggio emozione = coraggio attivo).”

L’accento era posto soprattutto sullo stato d’animo (il coraggio passivo) capace di sopportare i gravi disagi della guerra, un aspetto forse troppo simile alla rassegnazione, virtù cattolica, non certo virtù popolare. Interessante era il proporre l’atto di coraggio come una reazione emotiva di aggressività. Oggi sappiamo che Gemelli aveva ragione poiché disponiamo di studi psicopatologici approfonditi sulla difesa dell’istinto di conservazione. Per quei tempi era un’interessante intuizione.
Secondo questi parametri non si poteva parlare di soldato italiano solamente. Tutti i soldati di tutti i paesi avevano questi sentimenti. Tutti erano in qualche modo coraggiosi o fifoni. Probabilmente chi aveva un maggiore addestramento, ovvero possedeva più arti per dominare una situazione critica, era meno pauroso degli altri. E l’Italiano non era molto addestrato.

“Il     trauma emozionale, come dicono i psichiatri, non manca mai. Due emozioni soprattutto entrano qui in gioco: l’emozione dovuta allo scoppio di un proietto, oppure uno spettacolo terrificante di guerra. Molte volte le due emozioni si associano. La reazione non si fa attendere; disturbi psichici appaiono d’un tratto improvvisamente. Però l’effetto non è sempre immediato. Nella maggioranza dei casi, dopo l’incidente, il soggetto cerca di mettersi al sicuro; e solo dopo questo sforzo, e solo allorché è fuori del pericolo, si abbandona, per dire così, ed allora compare il corteggio dei sintomi della commozione.”
“Il quadro della paura. La gola sembra strozzata da una mano, il muscolo pellicciaio del collo (il muscolo del terrore degli anatomici francesi) si contrae, la voce diviene rauca, la lingua diviene incapace di muoversi, le braccia cadono inerti lungo il corpo, il tronco si curva, la testa sembra voglia rientrare nelle spalle, il cuore batte tumultuosamente e sembra voglia buttare ondate di sangue in gola, il respiro sì fa breve e frequente, il sudore diaccio imperla il volto, le gambe non reggono, il tremore prende tutto il corpo.”

Quanto mai efficace è la descrizione della reazione al più temuto effetto bellico: il bombardamento e la suggestione che ne consegue.

“La suggestione; ed è perciò che i sintomi nervosi di mutismo, di cecità, di sordità, di paralisi, ecc.,’non sorgono subito dopo l’accidente, ma solo dopo un certo tempo, più o meno breve; e sorgono improvvisamente, e non già nel luogo dell’accidente (esplosione di mine o di proiettili), ma all’indietro, al posto di soccorso, alla sezione di sanità, ove 1′ emozione di guerra ha ceduto molto della sua intensità, ove la confusione si è attenuata, ove il sogno è svanito, ove l’ammalato è in grado di rivolgere l’attenzione su se stesso, e quindi di suggestionarsi.
Noi siamo ora in grado di abbracciare, come in un quadro, tutto l’episodio. Ad un tratto in una trincea scoppia una granata; si ha rapido spostamento d’aria, sconvolgimento della trincea qualcuno è ucciso, stroncato. Vi sono alcuni individui che non hanno risentito alcun danno fisico; solo qualche ammaccatura, qualche colpo di pietra. Sono stati, è vero, balzati in aria, violentemente; la paura ha serrata loro la gola, ma tosto reagiscono. E l’uno reagisce in forma agitata; si precipita inconsciamente dalla prima parte che gli si presenta, gridando; l’altro se ne sta incerto, passivo, come estraneo al mondo. Sono le due forme estreme. La emozione di paura ha scosso violentemente questi due individui eminentemente suggestionabili; nell’uno la stessa crisi emotiva ha determinato una confusione mentale onirica, nell’altro una confusione mentale stuporosa. In un tempo, più meno breve, ma non mai soverchiamente lungo, essi rientrano in se stessi, si riconoscono, rimangono sorpresi d’essere ancor vivi.”

Superstizione

Molti studiosi dei fenomeni della Grande Guerra hanno rilevato, nelle proprie opere, il carattere superstizioso del soldato italiano; non soltanto di quello illetterato. Oltre alle classiche manifestazioni del carattere italiano, all’uso di orpelli ed aggeggi vari per gli scongiuri, i soldati erano soliti ricorrere a personali interpretazioni della religione cattolica. La cosa era annotata molto spesso nelle memorie dei cappellani militari al seguito delle truppe, talora con soddisfazione curiale. Molte manifestazioni pseudo-religiose, inerenti alla vita in trincea, si configuravano, in realtà, come rituali legati alle credenze popolari, magari tramandati di padre (o madre) in figlio.  ([p1]1)
Non sono mai stati fatti, se non in trattazioni accademiche, studi approfonditi sul persistere di un fenomeno popolare, legato sicuramente a tempi di grande ignoranza. Già in quel tempo, giudicato più civile dai contemporanei, il fatto destava curiosità e preoccupazione. Oggi, nuovo millennio, era tecnologica e delle comunicazioni di massa, fa riflettere la persistenza del fenomeno, anche se più legato a rituali, quasi a tics automatici che ad una convinzione sentita.
La guerra, certamente, fu un eccezionale banco di prova e di sperimentazione per l’allora giovane scienza psicologica. Infatti, le situazioni di grave stress, cui erano sottoposti gli uomini di allora, causavano il nascere di tutta una serie particolare di nuovi rituali, oggetto d’esame scientifico e curiosi da raccontare. Per questo cammino ci serviremo ancora, evidentemente, dell’opera acuta di Padre Agostino Gemelli (che i più, purtroppo, ricordano soltanto per aver intitolato il Policlinico di Roma), eccellente figura di psicologo, anche se, professionalmente, prete.
La fanteria italiana, per organizzazione militare, combatteva spesso in nuclei omogenei caratterizzati dalla difficoltà d’interscambio conoscitivo con altri commilitoni. La creazione di queste “famiglie di combattenti” era causa di una specie di contagio psichico superstizioso, difficile da sradicare. La presenza, inoltre, di soldati provenienti da regioni diverse facilitava la diffusione delle credenze popolari, molto più della diffusione della lingua italiana. Gli stessi ufficiali erano soliti tollerare queste manifestazioni, magari sorridendo (talvolta aderendo ad esse) in nome di un discutibile effetto morale positivo sull’efficienza dei combattenti.
Il contatto con il pericolo e la familiarità con la morte, inoltre, furono motori incredibili per lo sviluppo di nuove tecniche rituali, sconosciute prima del conflitto.
La superstizione, per accezione comune, viene fatta risalire alla pratica di una religiosità ancestrale, quasi animistica, dove non esiste dimensione metafisica e dove sono ben presenti i contrasti tra Bene e Male, Fortuna, Fato e Sfortuna ecc. Le pratiche di tale manifestazione possono essere di tipo cognitivo se indirizzate alla presunta spiegazione logica di fenomeni di difficile interpretazione. In tale categoria si annoverano solitamente le cosiddette “credenze popolari”, molti luoghi comuni diffusi e diversi aforismi della saggezza del volgo.
Altre pratiche possono essere più specificatamente spicciole, rituali, gestuali (definibili come comportamentali) ovvero strumenti con i quali s’intende influenzare forze occulte della natura avversa e destini poco piacevoli. Tra queste ricordiamo, con un sorriso, il ripetuto sfregamento dei genitali maschili comune tra soldati ed ufficiali combattenti sull’altopiano d’Asiago, quando compariva alla loro presenza il povero, ignaro, generale Ettore Mambretti. Per qualche oscuro motivo egli possedeva fama di jettatore ed i fatti bellici da lui guidati certo non contribuirono a sfatare tale leggenda. Altro gesto da annoverare in tale categoria è il tocco della “gobba” di qualche soldato, comparso casualmente in linea. I gobbi erano invero rari, quarte categorie sanitarie, spesso riformati o addetti a mansioni secondarie. Vederli in linea in qualche corvè era raro come trovare un quadrifoglio … in trincea.
Il soldato italiano in guerra presentava, inoltre, rituali collettivi (frutto di tradizioni acquisite nella vita borghese e trasportate al fronte) ed individuali. Quest’ultimi erano diffusi anche tra persone ritenute generalmente colte, che, magari, si vergognavano di farle notare, ma che ne erano talmente condizionati da farsi regolarmente scoprire. Alcune pratiche collettive avevano buone ragioni logiche. La storia dei tre fiammiferi, ad esempio, comune agli eserciti francese e britannico, raccontava che il terzo soldato che accendeva una sigaretta (non importa se con un terzo fiammifero o con lo stesso iniziale) doveva morire. In effetti, il tempo tra la prima accensione e la terza era quello sufficiente ad un cecchino di media bravura per prendere la mira e far fuoco contro la fiammella. Non c’è che dire … anche allora fumare era pericoloso!
Altre superstizioni, per così dire internazionali, erano il toccarsi le stellette (o le mostrine) alla comparsa di qualche jettatore o presunto tale. Probabilmente il gesto si era diffuso nel tentativo di dare una dimensione più fine alla pratica descritta sopra con il generale Mambretti. Talora francesi, inglesi ed italiani ritenevano che sognare un autobus (diventato autoambulanza per gli italiani) volesse significare un sicuro presagio di morte. Identico presagio era l’incrociarsi in due con una candela accesa in mano (capitava spesso in galleria).

Le credenze popolari superstiziose
Una leggenda molto diffusa  affermava che Sant’Antonio da Padova, vestito da monaco, era apparso in trincea prevedendo la fine della guerra per l’Agosto 1916. Dopo la battaglia per Gorizia, molti soldati ebbero la certezza che il Santo non aveva assunto tale responsabilità. Altre credenze popolari spesso citate dai soldati erano legate a fenomeni meteorologici strani. La congiunzione di Giove e Venere nell’inverno del 1915, la comparsa di aloni di fuoco attorno alla luna, meteoriti, la luminosità di Venere il mattino erano causa di racconti emozionanti. I soldati di una brigata meridionale sul Carso riferirono di avere notato una grande stella tricolore in cielo, alpini in montagna riferivano di aver visto una stella fiammeggiante come la vittoria.
Le credenze popolari, inoltre, si sviluppavano attorno al filone delle profezie, citando spesso Don Bosco come profeta, e si esprimevano nella certezza di apparizioni (la cosa non è del tutto cessata nemmeno ai nostri tempi ed è tipicamente italiana). L’apparizione più autorevole fu certamente quella di papa Pio X in persona. Egli era comparso ad un pastorello innocente con le fattezze di un vecchio venerando. Il fanciullo, sbigottito, aveva raccontato al padre l’accaduto ricevendo l’ordine di donare al vecchio quante pecore desiderava.
Nel corso di una seconda apparizione Pio X sceglieva quattro pecore, ne buttava tre in un precipizio e portava con se, a spalla, la quarta. Naturalmente la quarta pecora era metafora della nazione italiana, unica da salvare tra le quattro belligeranti (si noti che l’Inghilterra non era considerata nella leggenda, forse per disinteresse del Papa in quanto non cattolica. N.d.A.)
Sull’altopiano d’Asiago numerosi italiani asserivano di aver veduto la Madonna in persona aggirarsi con fare materno nella terra di nessuno. Erano leggende create dall’immaginario delle sentinelle, sveglie nel relativo silenzio delle notti di vedetta, oppure erano trasfigurazioni di un oscuro ed ignaro monito bellico. La Madonna, in effetti, compariva come Mariahilfer (Ausiliatrice) sul retro delle bandiere da guerra austriache. La sua comparsa, pertanto, poteva anche significare un segnale tutt’altro che benevolo.
Credenze popolari molto diffuse erano poi quelle legate ai raduni di caduti-fantasma sui luoghi delle battaglie; leggende comuni a tutti i belligeranti. Non è escluso che fuochi fatui da combustione di sostanze in putrefazione evocassero impressioni di raduni di grotteschi spettri.

Le pratiche sanitarie
I soldati tendevano spesso a curare da sé piccoli malanni (ma talora anche gravi malattie). Certamente la scienza medica di allora non contribuiva all’estinzione di questi rituali, poiché scientificamente ancora alle prime armi. Alcuni rimedi erano vere e proprie pratiche superstiziose volte a proteggere dai danni di guerra o a rendere invulnerabile il soldato. Molte di queste tecniche erano francamente ridicole come nel caso degli alpini della Valtellina che insaponavano le calze per prevenire i congelamenti o come i contadini emiliani che lavavano le ferite dei cavalli con l’urina (liquido per altro quasi sempre sterile). Ben più ridicoli apparivano i rimedi scientifici propagandati dai giornali (pillole di varia utilità e senza alcuna garanzia, corazze Farina contro i proiettili ecc.).
Più spiccatamente superstiziosa era la pratica sicula di tenere appeso al petto un sacchetto di tela con capelli di una ragazza vergine, per prevenire le malattie sessuali o quella dei contadini lombardi che prevenivano i raffreddori grazie ad un pezzetto di ceralacca, tenuto in tasca. Molti soldati, inoltre, portavano in tasca foglie di vari alberi, castagne d’ippocastano ed erbe per curare altrettanto vari tipi di afflizioni.
Superstizioni sanitarie erano pure tramandate tra avversari, al momento della cattura di prigionieri. Gli austriaci, ad esempio, furono responsabili dell’importazione della cura del raffreddore con i dadi per brodo e del rimedio contro il colera; uno spicchio d’aglio in tasca.

Formule magiche e scongiuri
La caratteristica dello scongiuro di guerra era quella di dover essere proferito leggendo un codice portato addosso (un nastrino o una fascetta) recante l’iniziale delle parole magiche assieme a simboli classici (asterischi, stelle ecc.) Ogni nastrino portava una specializzazione particolare. Talora serviva a “far tirare bene il cannone”, oppure “a far tirare male il nemico”. Spesso la formula rituale era proferita con tipiche gestualità e con intonazione di parole arcane; caratteristico il rito piemontese del Samel Arant, Samel Su recitato per proteggere dalle ferite gravi (quelle lievi erano talvolta gradite).
Per colpire il nemico con sicurezza occorrevano una buona vista ed un buon fucile. Bisognava, quindi, sputare tre volte a terra in segno di croce e mentre si prendeva la mira era necessario pronunciare ad alta voce le parole: Metor, Suter, Palar. I più professionali dovevano possedere anche in tre diverse tasche, tre biglietti ognuno con un nome particolare (Gaspard, Melchior e Balthasar, i tre Re magi).
Per essere sicuri di non essere colpiti era sufficiente portare in tre diverse tasche, tre piselli, ognuno rotto in tre pezzi raccolti in sacchetti di tela; per i più pigri bastava la Ruta.
Padre Gemelli ricorda un soldato che aveva con sé un vero e proprio prontuario anti-jella che recitava: “non portare con te temperini a sette lame, cambiali con quelli a tre o nove lame – durante l’assalto metti in tasca carte da gioco – ecc.”
Il capitolo dedicato agli scongiuri popolari sarebbe assai vasto, data la diversità delle culture locali e regionali. Oggetti classici (corna e zampe di coniglio) si alternavano a nuove forme di portafortuna (croci fatte con residuati bellici ecc.). Ognuno di loro doveva essere toccato o tenuto tra le mani mentre si recitavano frasi del tipo:

“Pulo, pertica e forcina,
via ‘ncoppa a Santa Lucia de Monte,
te fai du l’uoglie do beato cuorno
dico tre vote : – Cuorno! Cuorno! Cuorno!-
e tre vote ventiquattro vote attuorno;
da notte e da juorno, scorno e maluorno!”

Insieme con questa formula napoletana deve essere ricordata quest’altra che ho udito da un soldato siciliano:

Cornu, gran cornu, ritortu cornu
ti razza scornu
vayu e riornu
cornu cornu cornu

Amuleti
L’oggettistica personale dei soldati italiani spesso comprendeva oggetti non sempre catalogabili come souvenirs; la loro apparente innocenza celava una simbologia da vero e proprio feticcio tribale.
L’uso era svariato ma comune era il vezzo di blandire tali oggetti quasi avessero un’anima propria. Alcuni proteggevano dalle malattie, come le pietre rossastre (diaspri) tenute con sé per prevenire gravi emorragie (la causa più frequente di morte in battaglia). I più erano originali assicurazioni contro il malocchio e la sfortuna.
Diffuso era ovviamente il classico corno di corallo partenopeo la cui forma affusolate pare evocasse un antico scongiuro fallico, risalente a Roma antica, mimando il dito teso di una mano (un gesto sconcio molto diffuso anche oggi, anche se con significato spregiativo). I soldati, in effetti, portavano pure manine con un dito nella posizione citata o simboli fallici.  Il più efficace era il corno ritorto. Esso doveva essere appartenuto ad altri, ma non regalato; doveva essere stato rubato. L’oggetto, tenuto in mano e toccato era il miglior rimedio contro gli jettatori. Gli ufficiali, per distinguersi dal volgo, avevano varianti più nobili. Un calabrese portava appeso al collo, in un astuccio, una rozza crocetta di legno d’agrifoglio, ritenuto legno stregonio.
Gli amuleti atti a propiziare la buona sorte erano altresì molto diffusi. Classica la presenza dei quadrifogli o di baccelli di pisello con nove semi (spesso seccati e conservati), e le raffigurazioni di gobbetti o strani animali. Nei ricoveri, dato il peso, si appendevano i ferri di cavallo (antica usanza medievale quando il ritrovare un ferro di cavallo, magari in argento od oro, faceva realmente la fortuna del contadino; anche questi dovevano essere stati trovati o rubati).
Molto diffusa era l’usanza di tenere con sé un chiodo di ferro (toccare ferro). Il “culto” di tale oggetto ha origini antichissime e si fa risalire all’usanza di infiggere chiodi negli idoli come “memento” delle preghiere loro rivolte ed alla credenza che tali chiodi portassero fortuna. La scomoda punta del chiodo, poi, consigliava ai soldati di curvarlo a foggia di ferro di cavallo, potenziandone così indirettamente gli effetti anti-jella.
Molti soldati abruzzesi portavano un sacchetto con la terra del paese natio. Al momento dell’assalto essi prendevano un pizzico di questo terriccio e lo gettavano alle spalle. I lombardi preferivano avere nei sacchetti le schegge bruciate del ceppo natalizio (sc-iocch de Natal), altri credevano nelle virtù propiziatorie di sacchetti contenente intonaci tratti da cappelle votive o chiese. Erano diffusi anche i simboli e tra questi soprattutto il numero tredici, cui era attribuita un’attività malefica da esorcizzare portandolo addosso, magari in un cerchio d’argento.
Amuleti molto particolari erano le icone dei santi e le preghiere propiziatorie, oggetti diffusi anche tra i soldati francesi. (2)  Di facile reperimento era una formula, spesso trascritta dagli stessi soldati, su pezzetti di carta che diceva: “Chi porta addosso questa lettera è sicuro di non essere colpito dai colpi di fucile e di granate. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Gesù Cristo io ti supplico di proteggermi. Proteggimi dalle palle nemiche. Sant’Antonio liberateci dai nemici. Vergine Maria custoditemi. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Tre Pater ed Ave.”
Il fatto che questi testi fossero spesso rinvenuti tra gli oggetti personali dei caduti, avrebbe dovuto far dubitare della loro efficacia. In altri casi le preghiere erano accompagnate da un oscuro senso di minaccia; altra usanza tipicamente italiana. I soldati dovevano diffonderla ad altre persone pena gravi sciagure se avessero interrotto la catena. Il testo chiudeva con la frase: “… Questa preghiera deve essere scritta durante nove giorni e mandata a nove persone diverse, a cominciare da colui dal quale è stata ricevuta. Chiunque si rifiuterà, riceverà grandi castighi. Non rompete la catena!”

Importanza psicologica dei riti superstiziosi
Di fronte alla domanda “la superstizione è un fenomeno che va soltanto osservato o descritto, oppure aveva un suo ruolo nelle vicende belliche?” è necessario proporre una breve premessa. Immaginando uomini proiettati dalle realtà di paese, con tempi e ritmi lenti e costanti, nella rapida brutalità di una guerra tecnologica, possiamo arguire un incredibile dispendio d’energie psicofisiche in battaglia.
Molti autori moderni hanno valutato l’impatto psicologico della guerra evidenziando la comparsa di stati gravi di nevrosi e di psicosi da shock bellico. Non è il caso poi di addentrarsi nella disamina della paura e del coraggio in battaglia, poiché non è oggetto della trattazione. Tuttavia è importante rilevare come il soldato coraggioso (inteso come elemento carismatico piuttosto che come incosciente) assumesse in molte realtà la veste di capo “popolare” trascinando i commilitoni al suo seguito. Pare che una delle più gravi carenze dell’uomo soldato, nella Grande Guerra, fosse l’incapacità di giungere a decisioni immediate, a causa di stress, insicurezza e scarsa cultura. Ai bivi dei camminamenti si udivano spesso colloqui del tipo: “Quale delle due vie è la più sicura?”  Alcuni rispondevano con decisione: “Prendi a destra perché a sinistra fa caldo (espressione gergale che indicava il fuoco nemico). I più però si limitavano a rispondere: “Scegli quella che meglio t’aggrada ché noi non vogliamo responsabilità.”
Più di una volta, il soldato inesperto di guerra, rimaneva così indeciso e bloccato sulla via da intraprendere o sulle decisioni da assumere.  Avveniva allora una specie di sostituzione della volontà con l’involontarietà (gesto del tiro a sorte) ed era così indispensabile affidare l’esito del fato al rituale superstizioso. La sicurezza del gesto era poi potenziata se la riuscita era buona, perpetuandone il rito scaramantico. Molti ufficiali vedevano in questo una ragione “machiavellica” per ottenere in ogni modo le prestazioni dai propri subordinati. Indubbiamente tali pratiche finivano per rendere più sicuri di sé i soldati.
Va sottolineato, tuttavia, che tutto ciò impediva l’apprendimento di tecniche di sopravvivenza affidate all’osservazione degli eventi ed all’analisi della propria esperienza bellica, prerogative dei soldati più curiosi ed intelligenti. Ciò che era lasciato al Fato poteva sottintendere la pigrizia mentale di capire la guerra e la sua “cultura” di sopravvivenza; oppure semplicemente sottintendeva la cronica mancanza d’addestramento pratico diffusa negli enti italiani. Si brontolava spesso per ordini superiori poco graditi, mentre l’estrazione della “pagliuzza corta” aveva un effetto taumaturgico nella rassegnazione di accettare ciò che la sorte aveva destinato. Il Caso era il Caso … mentre il capitano, se decideva, era un bastardo.
Le credenze o le pratiche superstiziose, usate in guerra, erano, per il soldato, espedienti involontariamente utilizzati per rendere meccanica la propria azione; per evitare di prendere decisioni o semplicemente per evitare di subire lo stress di decisioni altrui. Quanto più il soldato era semplice ed inesperto, tanto più la superstizione era diffusa.
Parrebbe verosimile, pertanto, la tesi secondo la quale non fu l’incapacità di capire le motivazioni di una guerra di massa e le sue ragioni politiche e morali a gettare eserciti nello sconforto delle sconfitte e degli ammutinamenti (Caporetto per l’Italia). Fu invece l’incapacità di capire i meccanismi psicofisici di sopravvivenza (nella noia della trincea come nel terrore dell’assalto), dovuta sia a carenze d’addestramento sia a mancanze culturali generiche (attitudine ad acquisire nuove nozioni, attenzione e curiosità che lo studio scolastico dovrebbe essere in grado di stimolare), a causare l’immensa diffusione delle pratiche superstiziose e delle credenze popolari.
Nel 1918 si raccontava che, di notte, orde di sconci scheletri si radunavano in riva al Piave a tenere concione dissetandosi con il sangue che correva sul fiume. Il 3 novembre 1918, quando le truppe italiane passarono al di là, oltre le rade sabbiose, e videro arrendersi gli ultimi difensori austriaci, ebbero la certezza che almeno una leggenda si era materializzata. Gli scheletri esistevano davvero. Così, infatti, apparvero ai loro occhi i soldati austroungarici denutriti ed influenzati, con le mani in alto. L’Italia aveva vinto la sua guerra e gli amuleti di chi era rimasto vivo potevano dirsi finalmente efficaci.

Esempi di unità italiane

Area milanese: depositi di Milano ovest (68º regg. E.P. brig. Palermo), Milano est (7º regg. E.P. Cuneo), Monza (8º regg. E.P. Cuneo), Bergamo (78º regg. E.P. Toscana)

Br.E.P. CUNEO   reclutamento regionale:
7º regg. fanteria con sede e deposito a Milano,
8º regg. fanteria con sede a Milano e deposito a Monza.
reclutamento nazionale: distretti militari di Milano Est, Monza, Ivrea, Treviso, Ravenna, Reggio Emilia, Arezzo, Bari, Potenza.
mobilitazione: maggio 1915 con la 5ª div. (Milano) nel III cda (Milano).
giudizio avversario nel 1917: una delle migliori brigate.

associate:
Br.M.M. MILANO  reclutamento regionale:
159º regg. fanteria con sede e deposito a Milano,
160º regg. fanteria con sede e deposito a Bergamo.
reclutamento nazionale: distretti militari di Ivrea, Treviso, Ravenna, Reggio Emilia, Arezzo, Bari, Potenza.
mobilitazione: maggio 1915 con la 35ª div. M.M. (Milano) nel III cda (Milano).
giudizio avversario nel 1917: valorosa.

Br.M.M. LAMBRO  reclutamento regionale:
205º regg. fanteria con sede e deposito a Milano,
206º regg. fanteria con sede e deposito a Como.
reclutamento nazionale: distretti militari di Ivrea, Treviso, Ravenna, Reggio Emilia, Arezzo, Bari, Potenza.
mobilitazione: aprile 1916.
giudizio avversario nel 1917: assai valida.

Br.M.M. BELLUNO ternaria, nasce (circ. 8700 G del 19 luglio 1917 e 9550 G del 9.8.17) col nome di brigata D dall’unione di elementi di altre unità, convalescenti ecc. Formata anche con le IV compagnie di battaglioni della I armata (274º) e con le IV compagnie di battaglioni delle armate VI e IV (275º-276º). A Monza affluirono pure reclute di I-II-III categorie delle classi 1897 e 1898 provenienti dai depositi dei reggimenti d’appoggio ed inquadrate coi convalescenti lombardi e brianzoli.
reclutamento regionale:
274º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Monza (Milano Est)
centro di mobilitazione unico: Monza
275º regg. fanteria deposito da Fano (94º) a Monza.
276º regg. fanteria deposito da Alba (73º) a Monza.
reclutamento nazionale: distretti militari di Ivrea, Treviso, Ravenna, Reggio Emilia, Arezzo, Bari, Potenza. Indi Brescia, Frosinone, Caltanissetta, Novara, Genova, Padova, Verona, Avellino, Foggia, Ferrara, Lecce, Rovigo, Palermo, Pesaro, Piacenza, Taranto.
mobilitazione: agosto 1917.
giudizio avversario nel 1917: non formulato.
ESEMPI DI BRIGATE E.P. MOBILITATE NEL 1915

Br. Granatieri  reclutamento esclusivamente nazionale:
1º regg. granatieri con sede e deposito a Roma,
2º regg. granatieri con sede e deposito a Roma.
reclutamento : per idoneità fisica.
mobilitazione: maggio 1915 con la 13ª div. (Ancona) nel VII cda (Ancona).
giudizio avversario nel 1917: una delle migliori brigate.

Br.E.P. Reggio  reclutamento regionale: soprattutto sardi
45º regg. fanteria con sede a Sassari e deposito ad Ozieri S.,
46º regg. fanteria con sede a Cagliari e deposito ad Ozieri C.
reclutamento nazionale: dai distretti militari di Genova, Pinerolo, Avellino, Venezia, Roma, Messina.
mobilitazione: maggio 1915 con la 17ª div. (Roma) nel IX cda (Roma).
giudizio avversario nel 1917: non particolarmente valida. Molti disertori. (ciò stride con il mito dell’impeto sardo legato alla affiliata Sassari).

Br. Salerno     reclutamento regionale: soprattutto genovesi e lombardi
89º regg. fanteria con sede a Genova e deposito a Pavia,
90º regg. fanteria con sede/deposito a Genova.
reclutamento nazionale: dai distretti militari di Nola, Pinerolo, Pistoia, Reggio Calabria, Roma, Siracusa, Sulmona, Teramo, Venezia, Verona.
unità M.M. associate: Liguria e Bisagno
mobilitazione: maggio 1915 con la 8ª div. (Genova) nel IV cda (Genova).
giudizio avversario nel 1917: una delle migliori brigate.
ESEMPI DI BRIGATE M.M. MOBILITATE NEL 1915

Br. Sassari     reclutamento regionale: soprattutto sardi
151º regg. fanteria con sede a Sinnai di Cagliari e deposito ad Ozieri C.,
152º regg. fanteria con sede a Tempio (SS) e deposito ad Ozieri S.
reclutamento nazionale: dai distretti militari di Genova, Pinerolo, Avellino, Venezia, Roma, Messina.
mobilitazione: maggio 1915 con la 25ª div. (Perugia) nel XIII cda (Roma-bis). Il 22 maggio 1915 riceve 400 richiamati sardi dal deposito di Ozieri; il 27 maggio completa la forza con 200 uomini del deposito di Roma Nordest; il 3 dicembre 1915 una circolare del comando supremo dispone che tutti i sardi della III armata vengano trasferiti all’unità e che tutti gli ufficiali sardi possono richiedere tale trasferimento, ciò dà alla brigata il carattere di unità regionale.
giudizio avversario nel 1917: una delle migliori brigate. Si è sempre distinta in battaglia.

Br. Liguria     reclutamento regionale: liguri e piemontesi
157º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Cuneo (33º),
158º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Genova (90º).
il II/158 si forma dal 90º (Genova), il III/158 dal 41º (Savona), il I/158 dal 44º (Novi Ligure). Il I/157 dal 33º (Cuneo), il II/157 dal 34º (Fossano), il III/157 dal 74º (Brà)
reclutamento nazionale: distretti militari di Ivrea, Treviso, Ravenna, Reggio Emilia, Arezzo, Bari, Potenza e poi Avellino, Cuneo, Ferrara, Foggia, Lecco, Mondovì, Padova, Palermo, Pesaro, Piacenza, Rovigo, Taranto, Treviso.
mobilitazione: maggio 1915 con la 33ª div. (Genova) del IV cda (Genova).
giudizio avversario nel 1917: di medio valore.

Br. Catanzaro   reclutamento regionale: calabresi
141º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Catanzaro,
142º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Monteleone Calabro (CS).
reclutamento nazionale: distretti militari di Belluno, Bologna, Cefalù, Firenze, Monza, Parma, Sacile, Salerno, Cosenza, Reggio Calabria.
mobilitazione: maggio 1915 con la 28ª div. (Bari) del XIV cda (Napoli-bis).
giudizio avversario nel 1917: brigata molto valida.
ESEMPI DI BRIGATE E.P. FORMATE IN GUERRA

Br. Udine       reclutamento regionale: calabresi e pugliesi solo nel 1917. Costituita nel dicembre 1915 con battaglioni rimpatriati dalla Libia.
95º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Lecce (47º),
96º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Catanzaro (48º).
associata alla brigata Ferrara (47º-48º)
reclutamento nazionale: distretti militari di Belluno, Bologna, Cefalù, Firenze, Monza, Parma, Salerno.
mobilitazione: maggio 1915 con la 28ª div. (Bari) del XIV cda (Napoli-bis).
giudizio avversario nel 1917: brigata molto valida.

ESEMPI DI BRIGATE M.M. MOBILITATE NEL 1916

Br. Volturno    reclutamento regionale: campani
217º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Napoli (39º),
218º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Caserta (15º).
associata alle brigate Bologna e Savona
reclutamento nazionale: distretti militari di Alessandria, Ancona, Firenze, Girgenti, Perugia, Gaeta, Caserta, Milano, Sacile, Sassari, Benevento, Cremona, Cuneo.
mobilitazione: aprile 1916.
giudizio avversario nel 1917: di medio valore.

Br. Bisagno     reclutamento regionale: liguri e toscani
209º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Genova (90º),
210º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Pisa (21º).
associata alle brigate Liguria e Salerno
reclutamento nazionale: distretti militari di Ascoli, Bergamo, Campagna, Catania, Gaeta, Lucca, Massa, Orvieto, Torino, Treviso.
mobilitazione: aprile-maggio 1916.
giudizio avversario nel 1917: di elevato valore.

ESEMPI DI BRIGATE M.M. MOBILITATE NEL 1917

Br. Piceno      reclutamento regionale: abruzzesi e marchigiani
235º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Urbino,
210º regg. fanteria con sede, comando e deposito a Pescara.
reclutamento nazionale: distretti militari di Ascoli Piceno, Chieti, Aquila, Caltanissetta, Brescia, Padova, Verona, Novara, Genova.
mobilitazione: 1917.
giudizio avversario nel 1917: di difficile indole. Molti disertori.

1  Padre Agostino Gemelli, Il nostro soldato, Milano Treves, 1917 p. 138
2 Calippe, Prières efficaces et portebonheur, in Revue di clergé français, 1917

questo post è stato letto 9150volte !

Locazione turistica “Sora le Vigne”

Locazione turistica “Sora le Vigne”

Sul lago di Garda , la scelta per il turista e l’avventore è varia ed accessibile a tutte le tasche, importante è sapere cosa si cerca e come si vuole passare il proprio tempo.

Ci sono però famiglie o coppie che preferirebbero maggiore libertà di quella che offre un hotel, ma non troppa promisquità o dispersione come quello che offre un campeggio, e allora come fare? Cosa cercare?

soralevigne7

Io un suggerimento lo avrei, la locazione turistica Sora le Vigne, una bella posizione, a 5 minuti dal lago , a 5 minuti dal Gardaland e da Caneva World, a 15 minuti dalla città di Verona, ma allo stesso tempo immersa in un verde tranquillo, dove rincasare dopo una gioiosa ma stancante giornata in uno dei parchi di divertimento, o dopo una bella nuotata sulle rive del lago, o dopo una scarpinata nella storia della città di Verona.

sora levigne2

Il titolare, cordiale ed ospitale offre inoltre una colazione genuina, con prodotti tipici locali, ampio giardino con prato dove i bimbi possono giocare e gli adulti prendere il sole o rilassarsi leggendo un buon libro, posto auto e veranda dove assaporare i prodotti del luogo.

soralevigne3

Si trova in via Paolonga in mezzo ai comuni di Sandra e Colà a due passi dal Parco Natura Viva.

mappa B&B sora le vignej

Per contatti  vi e-mail : alessionello@tiscali.it oppure telefonicamente al numero 3931087745 , se trovaste occupato richiamate, il titolare si intrattiene volentieri al telefono con gli ospiti in lunghe chiacchierate, infatti chisi reca al Sora le Vigne, diventa di “famiglia” !

soralevigne4

soralevigne5

soralevigne6

13301317_1210781498943612_610027001844936339_o

13301515_1210781615610267_6449915496856620995_o

13308545_1210781422276953_8766448235835950908_o

Unicorno la leggenda e la realtà

Unicorno la leggenda e la realtà

L’unicorno , animale leggendario a cui è stato attribuito di tutto ed il contrario di tutto, non solo leggenda ma storie trasmesse di generazione in generazione, riguardo questo animale e le sue virtù.

L’unicorno (conosciuto anche con il nome di  liocorno o leocorno) è un animale dal corpo di cavallo con un singolo corno in mezzo alla fronte. Il nome deriva dal latino unicornis a sua volta dal prefisso uni- e dal sostantivo cornu, “un solo corno”.

Il liocorno è tipicamente raffigurato come un cavallo bianco dotato di poteri magici, con un unico lungo corno avvolto a spirale sulla fronte. Molte descrizioni attribuiscono all’unicorno anche una barbetta caprina, una coda da leone e degli zoccoli bipartiti.

Simbolo di saggezza, nell’immaginario cristiano poteva essere ammansito solo da una vergine, simbolo della purezza. Si credeva che se il corno fosse stato rimosso, l’animale sarebbe morto.

Nella tradizione medievale, il corno a spirale è detto alicorno, e gli veniva attribuita la capacità di neutralizzare i veleni. Questa virtù venne desunta dai resoconti di Ctesiasull’unicorno in India, dove sarebbe stato usato dai governanti del luogo per fabbricare coppe in grado di rendere innocui i veleni.

Fino a pochi anni fa si è sempre pensato che i corni utilizzati fossero di narvalo, un delfinattero della famiglia degli odontoceti, per la precisione un monodonte, ed il corno tipico dei maschi è l’ipersviluppato canino sinistro.

narvalosottacqua

animali-strani-21

narvali

Questo delfinoide è molto aprezzato presso le popolazioni nordiche sia per la carne che per il grasso, e in questo secolo si contrabbandano ancora i corni per il suo avorio, inoltre alcune popolazioni orientali e nordiche credono che il corno abbia proprietà antivelenifere e di potenziamento sessuale, la scienza moderna ancora non ha spiegato il perchè di questo lungo corno, si teorizzi serva nelle schermaglie per l’accoppiamento, ma non è ad oggi dimostrato il suo vero scopo.

Altro animale le cui corna si utilizzavano ed a cui si attribuiva la vera origine dell’unicrono è l’orice, una antilope africana, che sopratutto nella sua versione araba, può assomigliare molto alla figura dell’unicorno che la tradizione ci ha trasmesso, tenendo conto che può capitare per una malformazione genetica che alcuni esemplari (come succede nelle capre ed altri ovini e/o antilopi) si presentino con un corno solo. Tanto è la somiglianza che nel 1972 fu uccisa l’ultima orice araba selvatica, oggi reintegrata nel suo abitat naturale , se ne contano oltre mille esemplari nei deserti di arabia, e migliaia di capi in giro per il mondo nelle oasi faunistiche per il ripopolamento, l’Oryx leucoryx oggi non è più a rischio di estinzione anche se il pericolo non è del tutto passato, sempre perchè le credenze di alcuni popoli africani ed arabi portano alla sua cattura ed uccisione per sfruttarne i “poteri ” delle corna.

e074c67920881654d2ac02b480575c6a_14_1

tumblr_njsu8zZO731unnwhko1_1280

Scimitar_oryx1

arabian_orix_

Fin qui leggenda ed animali reali non erano mai stati ben distinti e divisi, ancora oggi il narvalo viene chiamato unicorno del mare da marinai e naviganti, ma negli ultimi anni a seguito di nuovi ritrovamenti torna alla ribalta l’ipotesi che la leggenda sia nata sulla scorta di un animale realmente vissuto, un rinoceronte euroasiatico , il suo nome scientifico è Elasmotherium sibiricum ma, per questo rinoceronte estintosi tempo fa, è più poetico l’appellativo di “unicorno siberiano” e a quanto pare disponeva di un unico lungo corno.

7884587_orig

Un articolo recentemente pubblicato dall’American Journal of Applied Science torna a far parlare dell’unicorno siberiano dopo uno studio condotto dai ricercatori della russa Tomsk State University che dimostra come il mammifero non si sia estinto 350.000 anni fa ma abbia trovato il suo ultimo rifugio in Kazakistan appena 29.000 anni fa, convivendo con l’uomo.

Quindi questo rinoceronte  potrebbe essere stato l’unicorno storico , questa è la conclusione a cui è giunto il paleontologo Andrey Shpanski  e si basa su un reperto ritrovato nei pressi del villaggio di Kozhamzhar, in Kazakistan: un teschio eccezionalmente ben conservato, anche se con qualche piccola frattura. Grazie al metodo del radiocarbonio, è stato possibile stabilire che appartiene ad un animale morto circa 29.000 anni fa: un esemplare maschio dalla stazza notevole, superiore a quella descritta dalla letteratura scientifica sull’argomento, ha spiegato Shpanski.

unicorno

Secondo il paleontologo inoltre è molto probabile che questo rinoceronte unicorno, abbia ispirato agli uomini in più latitudini durante la sua migrazione a nord, le storie e le leggende che ancora oggi si tramandano su questo animale mitologico o secondo le prove odierne reale……

Un’altro fondo di verità è l’utilizzo del corno da parte di molte popolazioni che gli attribuiscono poteri di guarigione e di potenziamento sessuale, tanto da indurre all’estinzione varie specie di rinoceronti attuali, al punto da costringere i rangers dei parchi a tagliare loro il corno per proteggerli dai bracconieri.

Gli studi sono agli inizi e ancora una volta l’unicorno rientra nella storia e nel bestiaro reale, pur rimanendo nella leggenda dell’intera umanità.

Schermata-2016-03-30-alle-09.52.46-680x451

unicorno (1)

 

 

Addio Genesis , Benvenuto GeneratePress !

Addio Genesis , Benvenuto GeneratePress !

E’ sempre difficile scrivere di informatica, e sopratutto di strumenti creativi che esclusi gli addetti ai lavori, sono ben poco capiti dai più, ma oggi come oggi molti strumenti sono diventati semplici nell’uso , che non è ancora per tutti ma amplia la platea degli utilizzatori, non solo ai webmaster (figura ormai leggendaria e non più in uso) web designer, project manager web sites e tutta quella pletora di professionisti oggi in voga, ma anche ai semplici blogger e utenti avanzati che abbisognano di cambiare estetica e funzionalità del proprio sito/blog senza dover incorrere in attese, in base alla propria ispirazione del momento.

Oltre a questa considerazione bisogna aggiungere che oggi come oggi , anche i professionisti devono preparare in pochi giorni dei demo da presentare ai clienti e modificarli in tempo reale, quindi sempre meno digitare codice e sempre più utilizzare strumenti drag and drop e/o con selettori di caratteristiche, velocizzando il lavoro e lasciando la codifica solo per personalizzazioni estreme.

Il problema di questi strumenti è che spesso hanno codici gonfi e con un utilizzo massiccio rendono i siti lenti, pesanti e facilmente attaccabili, oppure non sono così semplici da usare come sembrerebbe inizialmente, allora come fare? Le soluzioni ci sono e oggi voglio parlarvi di quella che prediligo ed ho scelto di utilizzare , tenendo sempre presente che fra un anno chissà cosa di nuovo ci sarà da provare.

Solitamente utilizzo due framework a seconda del bisogno, uno Headway che permette con l’utilizzo di blocchi di creare visivamente il vostro sito, l’altro Genesis di studiopress, gli stessi creatori (almeno la maggioranza di essi ) di wordpress, questo secondo è considerato nell’ambiente dei professionisti, il framework per eccellenza, leggero, codice pulito, e con una ricca dotazione di child themes, ma obbliga sicuramente a digitare parecchio codice per essere personalizzato, quasi nulle le opzioni in dashboard.

Logo

Genesis

Headway dal suo canto ha l’immediatezza, ma i suoi blocchi sopratutto nelle strutture fluide, nei siti responsivi, cioè quelli che si adattano ad ogni risoluzione, allo schermo di ogni device, computer, tablet, smartphone, smarttv, tendono a non incolonnarsi bene, obbligando l’utente a scrivere del codice, ed ecco che la sua immediatezza viene in parte inficiata.Peccato perchè l’ho utilizzato per anni ed è uno dei migliori framework in assoluto.

Oggi inoltre si stanno imponendo i famosi page builder, cioè indipendentemente dal tema o framework che utilizzate di base ogni pagina può essere personalizzata con questi plug in che sono dei veri e propri compositori visivi, il più utilizzato dagli utenti anche grazie al basso costo iniziale è visual composer , devo dire che è molto cool, e sexy, può essere usato in back end oppure anche in front end modificando l’aspetto del proprio sito/blog visivamente, si possono trovare inoltre una serie infinita di moduli extra da aggiungere.visual composer

Ci sono veramente pochi motivi per cui non usarlo, ma i motivi sono diciamo importanti, primo fra tutti la pesantezza del codice , non molto pulito e più elementi si usano più il sito diventa pesante e lento, inoltre ho testato sulla mia pelle la sua vulnerabilità agli inijection, e quindi a rendere infettabile il vostro sito, peccato perchè ha veramente un’infinità di moduli, animazioni per poter abbellire il nostro sito web.

Tutte le soluzioni fino a qui prospettate hanno dei lati negativi che ne inficiano buona parte della loro bontà, ma eccomi pronto con le soluzioni, e le soluzioni sono due che possono essere utilizzate in modo indipendente, ma se usati in accoppiata, ci forniscono uno strumento immediato, veloce, ma anche pulito.

Il primo strumento è un framework, pulito e leggero come Genesis e gratuito ,ma con in più la possibilità di passare alla versione pro che con pochi euro ci permetterà di avere una grande varietà di opzioni e selezioni che con veloci click del mouse ci permetteranno di personalizzare il nostro sito/blog a livello professionale, senza scrivere un rigo di codice, questa bellezza si chiama GeneratePress .

Generate press addons

Dal sito dello sviluppatore si può scaricarlo gratuitamente e provare o anche utilizzarlo con le opzioni di base, facendosi un’idea delle sue caratteristiche, poi si può acquistare la licenza pro a vita, che costa meno di 40 euro e ci permette di attivare tutte le opzioni pro che sono veramente molte dal cambiare colore a tutte le parti del sito, a cambiare caratteri, modificare header e footer, rendere la nav bar fissa o sticky, insomma modificare il nostro sito/blog in ogni particolare, anche creare sezioni con parallelasse , feature ecc.

 

Se non vi bastano le opzioni e volete altri blocchi o moduli potrete utilizzare in abbinata un buon page builder, come ho scritto visual composer sarebbe molto cool, ma ha i difetti su citati primo fra tutti un codice pesante, inoltre se disattivato, la pagina risulterà piena di codici e perderete i contenuti, quindi la soluzione migliore è Beaver Builder.

beaver builder

Beaver Builder, è semplicemente fantastico, codice pulito, non rallenta e non appesantisce, e funziona in modo visivo in realtime, quindi modificherete e costruirete il vostro sito , trascinando blocchi sulla pagina e poi selezionandone le caratteristiche o scrivendone i contenuti.

 

Certo il prezzo è meno fantastico , ma basta prendere la versione base a circa 80 euro, e potrete costruire quanti più siti vorrete, per avere i suoi temi dovrete invece sborsare molto di più, ma che farsene se utilizzate in abbinata GeneratePress?

Ed è questo il punto , se volete veramente personalizzare in ogni modo il vostro sito /blog abbinando Generatepress e Beaver Builder, otterrete gli strumenti giusti, puliti, leggeri e solidi  unico limite rimarrà la vostra creatività e la vostra fantasia, creerete siti/blog responsive visibili e sempre ben allineati e graficamente corretti su qualsiasi device li vorrete vedere e visitare.

Qualunque sia la vostra scelta, la base resta ed è GeneratePress, che da questa primavera sostituisce nel mio utilizzo Genesis, per due motivi , mi permette velocemente di cambiare aspetto alle mie web creazioni, posso apprezzarne il cambiamento in tempo reale e vedere se mi aggrada e valutare varie opzioni e soluzioni, quindi addio Genesis e benvenuto GeneratePress, questa la mia scelta a voi la vostra!

Ipad Pro 9,7″ apps per sostituire notebook

Ipad Pro 9,7″ apps per sostituire notebook

Ebbene si, il problema maggiore oggi è svincolarsi dal pensiero che per essere pro, bisogna essere complicati, usare molto codice o software complicato,  pochi recensori hanno capito la vera filosofia di Apple, che era poi la filosofia di base di Steven Jobs, spesso criticato come lo scopritore dell’acqua calda, in realtà i prodotti da lui proposti miravano e mirano tutt’ora ad essere creativi, a spostare il focus dal come si fa al si fa e chi se ne frega come funziona, d’altro canto se i mac furono i computer preferiti da artisti e musicisti era proprio per il loro comportamento out of the box, fuori dalla scatola, li collegavi alla corrente ed iniziavi a creare senza dover imparare nulla, in modo intuitivo, certo non era tutto proprio così facile, ma ci si avvicinava, oggi le critiche a mio parere immeritate hanno colpito il nuovo tablet di Apple, nuovamente innovativo ed indicato in prima istanza a creativi e blogger di tutto il mondo, e nel taglio da 9,7 pollici a mio parere è lo strumento ufficio/casa/mobile perfetto.

_dsc8402_675403

Volevo fare una video recensione, amo fare video, ma ne ho visti troppi già in giro e tutti superficiali, nel senso che non approfondiscono l’uso della “macchina” , ma solo le caratteristiche tecniche e funzionali, d’altro canto in una manciata di minuti, non è possibile dire e fare molto, e anche descrivere quello che vado a spiegarvi oggi occorrerebbe un focus video per ogni app, quindi ho preferito il vecchio metodo della scrittura articolo, anche perchè più che altro vi indicherò delle apps che potranno permettervi di fare un vero uso pro del vostro ipad pro, o a convincere gli incerti che è possibile un uso professionale.

La critica dei più è il costo, anche se inferiore confronto al 12″ pollici il 9,7 costa comunque una piccola fortuna, sopratutto nei tagli di memoria alti, personalmente ho preso dopo aver risparmiato per mesi un 256 gb, proprio in vista di un utilizzo pro sia d’ufficio che in mobilità, altra critica è che con quel costo si può prendere un Surface Microsoft, che a caratteristiche è un vero e proprio computer, salvo poi dannarsi come i pazzi perchè il software non si adatta all’alta risoluzione dello schermo e ci si trova a lavorare con icone piccolissime da selezionare o schermi bislacchi, cosa che con il sistema mobile di ipad non succede, tutte le apps sono perfettamente compatibili con le alte risoluzioni dello schermo e le icone ben grandi, ecco forse eccessivamente nella griglia del drawer.

Torniamo a noi è vero che quello che è un pregio per la risoluzione è un limite per altre cose e cioè ios, ma è un limite, anzi sono limiti superabili, aggirabili , utilizzando le giuste apps.

E qui vuole iniziare il mio articolo, preso atto che le caratteristiche hardware dell’ipad pro 9,7 pollici sono da velocista, inclusa una ottima foto-videocamera,vediamo come sfruttare in maniera professionale questo tablet, come abbiamo detto manca di un os pro ma ha un os, ios appunto mobile, che ha qualche svantaggio ma ricalca la filosofia di base di Apple Steven Jobs, cioè l’immediatezza di utilizzo e il permetterci di essere prontamente produttivi e di focalizzarci solo su quello, senza preoccuparci di come funziona o altro, importante è sapere quali apps utilizzare, e se devo trovare un difetto a questo tablet professionale è il poco pubblicizzato utilizzo di apps adeguate.

Cominciamo,  il file manager, importante per non dover passare da itunes, e sopratutto per chi vuole usare il suo ipad pro stand alone ed allo stesso tempo gestire diversi tipi di file anche fuori dalle applicazioni in uso, il migliore in assoluto, a mio parere è documents.

screen480x480 (7)

Oltre alle varie gestioni sia in locale che sui cloud dei file, permette velocemente di scaricarli dal computer sull’ipad e viceversa con pochi clic, veramente intuitivo e veloce, ho scaricato sul mio ipad dal macbook, film, documenti, libri e quant’altro in pochi minuti, inoltre oltre ad aprirli lui stesso, questo file manager permette di aprire i vari file con apps a scelta.

documents-for-ipad-iphone

Procediamo con lo sviluppo grafico e la sua gestione in generale, iniziamo con Graphic, già chiamato iDraw, che esiste sia in versione ios per ipad che versione per mac osx, ottimo per la vostra grafica vettoriale, ma anche per il DTP, si può fare tutto, ci sono dei limiti? Forse qualcuno per i più smanettoni del vettoriale, ma per la maggioranza dei casi accontenta tutti.

screen480x480 (1)

screen480x480 (2)

screen480x480 (3)

 

Se invece dovete gestire immagini e fotografie, ritoccarle modificarle come con photoshop ecco che ci viene in aiuto Pixelmator, anche qui esiste sia la versione ios che quella mac osx, potente ed efficace, ed altrettanto semplice.

img-hero@2x

Non mancano filtri professionali e tool per la modifica anche plastica o fluida di persone ed oggetti.

screen640x640 (1)

screen640x640 (2)

Uno dei gadget che va sicuramente acquistato con ipad pro è la pencil, che trasforma il tablet in una tavoletta grafica e molto altro, utilissima per appunti al volo, per disegnare su immagini e pdf, sottolineare, scrivere, disegnare e molto altro.

accessories-4312f-450x350

Se poi siete dei virtuosi dello sketching , ma anche vi serve disegnare qualche cosa un logo, un bozzetto a matita, ecco che vi viene in aiuto Procreate, sicuramente la migliore app in questo momento da utilizzare su ipad pro.

screen480x480 (4)

screen480x480 (5)

screen480x480 (6)

Se invece in disegno prendevate 4 e comunque vi serve creare un logo, una mappa, un soggetto e vi serve salvarlo sia in png che in svg che pdf,  Assembly e l’app che fa per voi, versatile e anche simpatica nell’uso, tanto intuitiva che la possono usare anche i bambini.

screen1024x1024

Assembly-3

CTsHwGeXAAAULjR

Passiamo ora al montaggio video, per i più imovie per ipad che è in dotazione può andare bene, ma chi vuole un pò di più deve per forza acquistare Pinnacle Studio Pro, che aggiunge la possibilità di fare il picture in picture, quindi creare i vostri video con il vostro logo, oppure inserire una mappa od un’infografica, elaborare l’audio e molto altro, non è final cut ma si possono creare buoni montaggi video e filmati di tutto rispetto.

gallery-ipad-n-iphone-1

gallery-ipad-n-iphone-2

,

Uno dei limiti sicuri ad utilizzare un os mobile, sono i browser, che ancora oggi e non capisco il perchè hanno dei limiti in confronto a quelli desk top, e per me che devo gestire dei blog e dei siti on line, a volte è un limite, sopratutto visto che non c’è un sistema di puntamento se devo inserire un vidget o devo usare un page builder o un framework in mobilità, ma ecco che ci viene in soccorso Puffin Pro, che permette anche di vedere siti in flash, ma non solo, si può attivare un pad virtuale (non capisco perchè apple non lo inserisca in safari come opzione) dal quale utilizzare il browser esattamente come sul desk top, quindi cliccare e trascinare elementi e costruire il vostro sito o blog anche in mobilità.

speed-fast

feature-list-content-track

Veniamo ora alle e-mail, il client in dotazione è senz’altro buono, ma si hanno ancora dei problemini con gli allegati, ci vengono i soccorso due ottimi client, AltaMail che fornisce molte opzioni con grafica un pò demodè, oppure AirMail che esistendo anche in versione mac osx ci permette di tenere sincronizzato non solo le caselle e-mail come le imap (si può fare con tutti i client oggi) ma anche le opzioni del client e le personalizzazioni.

screen322x572 (3)

screen322x572 (4)

E ovviamente la gestione degli allegati è assicurata, ci sarebbero poi altre apps sicuramente utili e migliorative per un utilizzo pro come word,docs to go,printer pro, pdf expert, boximize o handbase come databases , voicerecord pro ecc., e ovviamente ve le cito, ma quelle descritte qui sono le basilari per poter utilizzare in modo produttivo (oltre alla dotazioni di base che comprendono Pages,Numbers,Keynote,Garageband)e professionale l’ipad pro, così da poter sostituire il portatile e sia che andiate in cantiere (a proposito c’è anche autocad…) , in ufficio, a casa, all’università, o correggete una bozza nella pausa pranzo al parco, potrete farlo in modo immediato, con poco peso e meno ingombro del vostro portatile, e se vi serve (io non la utilizzo scrivo con la tastiera touch) potrete utilizzare una vera tastiera fisica e completare la dotazione professionale. Spero di avervi dato un’imbeccata su perchè questo nuovo ipad pro sarà sempre più un valido sostituto del computer portatile, anzi sono convinto che lo soppianterà in poco tempo!