Apparizione di “Nostra Signora delle Vigne” anno 560

Apparizione di “Nostra Signora delle Vigne” anno 560

Anticamente fuori dalle mura cittadine di Genova, il maestoso “Santuario di Santa Maria delle Vigne” prende nome dai vigneti in mezzo ai quali fu innalzata una prima Cappella alla Vergine Assunta, in seguito all’apparizione della Madonna ad una certa Argenta, ancora nel VI secolo. La veggente fece erigere una piccola cappella, primo passo verso l’attuale santuario.

Soltanto nella seconda metà del sec. X iniziò la costruzione della Collegiata-Santuario che, con vari rifacimenti e ampliamenti successivi, fu completata ai primi anni del sec. XVII; tanto che il primitivo quadro della Vergine ‘delle Vigne’ fu riportato in luce e restaurato nel 1603 e la mistica effigie venne incoronata nel 1616.

Singolare il fatto che – nella monetazione di Genova, “Città di Maria” – si usasse nel XVII secolo riprodurre quest’effigie della Vergine con le scritte: “Sub tuum praesidium” e “et rege eos“; e da tenere presente che l’omaggio del Doge e dei dignitari della Repubblica di Genova alla “Madonna delle Vigne” in occasione della sua festa (21 Novembre) si protrasse per molti decenni, proprio per rimarcare la regalità della Vergine.

Lungo la vecchia via marenca si trova il santuario di Nostra Signora delle Vigne che risale alla fine del XVI secolo. Recentemente restaurato; ha la facciata abbellita da un piccolo portico e presenta all’interno notevoli stucchi settecenteschi di F. M. Marvaldi e affreschi di Francesco Carrega.

 

   www.basilicadellevigne.it

 

Il manoscritto Voynich

Il manoscritto Voynich

Il manoscritto Voynich, oggi anche conosciuto come il “libro più misterioso del mondo”, deve il suo nome a Wilfrid Voynich, il mercante di libri rari statunitense che nel 1912 lo acquistò, per circa 25.000 dollari americani, dai gesuiti di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, sulle alture dei colli Albani che si affacciano su Roma. Oggi il manoscritto Voynich è conservato nella Biblioteca Universitaria di Yale, a cui fu donato nel 1969 dall’antiquario newyorkese H.P. Kraus, che lo aveva acquistato dalla segretaria di Voynich nel 1961.

Michał_Wojnicz_c._1885

 

                                                                         Wilfrid Voynich
Dove e quando questo codice  sia stato scritto (o copiato?) nessuno lo sa ,ciò che si conosce con certezza è solo ed in parte la sua storia e la storia dei suoi diversi spostamenti attraverso l’Europa fino agli Stati Uniti, donde a ragione gli è stato dato l’attributo di “ itinerante”.
Tra le pagine del manoscritto era conservata una lettera di accompagnamento, datata “Praga, 19 agosto 1665” (o 1666), a firma di Johannes Marcus Marci, medico reale e bibliotecario, con la quale chiedeva all’amico gesuita Athanasius Kircher di decifrare il “librum”che si accingeva ad inviargli. Marci aveva ricevuto il libro quando era subentrato nella carica di bibliotecario di corte a Georg Baresch che lo custodiva nella biblioteca imperiale, e che, sempre secondo Baresch, lo aveva acquistato per 600 ducati (equivalenti oggi a circa 50.000 € ma con un valore di acquisto presumibilmente maggiore), come opera del Dottor Mirabilis, al secolo Ruggero Bacone.

(Roger Bacon : Ilchester,1214 circa – Oxford, 1294), è stato un filosofo, scienziato, teologo ed alchimista inglese.)

Roger-bacon-statue

 

                                                                   Ruggero Bacone

 

 

Ebbene questa lettera è l’unico documento di una certa attendibilità che fornisce dati sulla storia del testo più misterioso e finora indecifrato del mondo. Ma non abbiamo nessuna prova che Kircher abbia ricevuto il Voynich e che si sia cimentato, da vero esperto qual era, su quell’alfabeto ignoto per traslitterarlo e sui disegni di piante, stelle e simboli alchemici per spiegarli.

Il testo della lettera liberamente tradotto dal latino è:

“Reverendo ed esimio Padre in Cristo. Questo libro mi è stato lasciato per testamento da un caro amico. Subito ho pensato di destinarlo a te, Attanasio carissimo amico, essendo persuaso che nessun altro, all’infuori di te, avrebbe potuto leggerlo. In passato (27 aprile 1639) ti fu inviata una copia, parziale, di questo manoscritto dall’allora possessore (Baresch) per chiedertene un parere. Egli non ti inviò l’originale perché tentava lui stesso di decifrarlo, ma veloce la morte lo rapì pria che ne venisse a capo. In verità il lavoro fu frustrante, perché queste sfingi obbediscono soltanto a Kircher.

articolo68-1

 

                                                                            Athanasius Kircher

 

Accettalo dunque, a testimonianza di quanto secondo me tu lo meriti, e scardina le sue corazze , se esistono, con la tua consueta felice intuizione. Il dottor Raphael, precettore in lingua boema di Ferdinando III re di Boemia, mi riferisce che questo libro è stato pagato 600 ducati al suo latore. Raphael riteneva che l’autore stesso fosse l’inglese Roger Bacon, su questo punto io non esprimo ancora il mio parere. Invero definisci tu quello che noi dobbiamo ritenere. Mi affido totalmente alla vostra benevolenza”

Il manoscritto Voynich è storicamente presente per la prima volta nei primi anni del 1600 nella Biblioteca Imperiale di Praga all’epoca di Rodolfo II. Ne fanno fede: il nome “Tenepec” rivelato da un analisi all’infrarosso (vedi oltre), le lettere del bibliotecario Baresh e la lettera di Marcus Marci, la quale ci rivela che nel 1665-66 fu inviato a Roma al gesuita Kircher presso il Collegio Romano, nella cui Biblioteca rimarrà conservato. Circa due secoli dopo, onde preservarlo dalla situazione turbolenta dell’epoca, fu spostato, prima alla Casa Professa e poi a Mondragone, dove nel 1912 fu acquistato da Voynich che lo portò sempre con sé nei suoi spostamenti, giungendo così fino negli Stati Uniti. Alla morte dell’antiquario il codice fu ereditato dalla moglie Ethel, la quale ricevette dal marito il consiglio (o l’ordine) di venderlo non a collezionisti privati, ma eventualmente ad una istituzione e per non meno di 100.000 dollari. Alla sua morte Ethel lo lasciò alla segretaria del marito, Ann Nill, che lo vendette al mercante di libri di New York Hans Kraus per 25.500 dollari. Quest’ultimo, a sua volta, cercò di venderlo a caro prezzo, ma invano. Si decise infine a donarlo alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, dove è conservato e catalogato sotto l’anonima sigla ms408.

 

3

Il volume, scritto su pergamena di capretto, è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti.

Fanno da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i soggetti più svariati: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni:

  • Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute.
  • Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione.
  • Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro.

Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi.

  • Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali.

L’ultima sezione del Manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

Voynich-scritte

Fino agli inizi del 2011 si è ipotizzato che il manoscritto fosse stato creato ad arte come falso nel XVI secolo, per perpetrare una truffa ai danni di Rodolfo II. Secondo tale ipotesi, il truffatore sarebbe stato l’astrologo mago e falsario inglese Edward Kelley aiutato dal brillante filosofo John Dee.

Edward-Kelley

 

john_dee_520

 

                                                                        John Dee

A confutare questa teoria è però sopravvenuta la datazione ottenuta mediante la tecnica del Carbonio-14 nel febbraio 2011. Un gruppo di ricerca presso l’Arizona University è stato autorizzato ad asportare quattro piccoli campioni (1 millimetro per 6) dai margini di differenti pagine. A seguito di una datazione al radiocarbonio le pergamene parrebbero risalire ad un periodo compreso fra il 1404 e il 1438. L’impossibilità di analizzare l’inchiostro col quale il manoscritto è stato redatto lascia però ancora spazio a qualche diatriba.[2]

Precedenti ipotesi collocavano la stesura del testo intorno agli inizi del XVII secolo poiché un’analisi all’infrarosso aveva rivelato la presenza di una firma, successivamente cancellata, di Jacobi a Tepenece, al secolo Jacobus Horcicki, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II.

Tepenecz

Inoltre, poiché una delle piante raffigurate nella sezione “botanica” è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all’indomani della scoperta dell’America e quindi successivamente al 1492, si è supposto che l’autore non potesse ancora conoscere tale pianta ergo il libro sarebbe stato scritto solo successivamente a tale data.

 

In molti, nel corso del tempo, e soprattutto ultimamente, hanno cercato di decifrare la lingua sconosciuta del Voynich. Il primo ad aver affermato di essere riuscito nell’impresa fu William Newbold, professore di filosofia medievale alla Università di Pennsylvania. Nel 1921 pubblicò un articolo in cui proponeva un elaborato ed arbitrario procedimento con cui tradurre il testo, che sarebbe stato scritto in un latino “camuffato” addirittura da Ruggero Bacone. La conclusione a cui Newbold arrivò con la sua traduzione fu che già nel tardo Medioevo sarebbero state conosciute nozioni di astrofisica e biologia molecolare. Newbold analizzando il manoscritto però si accorse che le minuscole annotazioni in realtà altro non erano che crepe nella pergamena invecchiata.

newbold

 

                                                                    William Newbold

Negli anni quaranta i crittografi Joseph Martin Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l’unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono ed analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodifica. J.M. Feely pubblicò le sue deduzioni nel libro “Roger Bacon’s Cipher: The Right Key Found” in cui, ancora una volta, attribuiva a Bacone la paternità del manoscritto.

Nel 1945 il professor William F. Friedman, costituì a Washington un gruppo di studiosi, il First Voynich Manuscript Study Group (FSG). Egli optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell’ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall’opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all’artificialità di tale linguaggio, all’atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva.

Il professor Robert Brumbaugh, docente di filosofia medievale a Yale, e lo scienziato Gordon Rugg, in seguito a ricerche linguistiche, sposarono la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.

Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua, e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però pur avendo in alcuni passi un apparente senso (Il Vuoto è ciò per cui combatte l’Occhio del Piccolo Dio) non corrispondeva ai disegni.

Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di aver interpretato il testo come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non presentava corrispondenze con la cultura catara, e la traduzione aveva poco senso.

Lo studio più significativo in materia resta ad oggi quello compiuto nel 1976 da William Ralph Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere ed alle parole del testo, mettendone in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell’hawaiano. Il fatto che le medesime “sillabe”, e perfino intere parole, vengano ripetute con una frequenza tale da rasentare il beffardo, è attinente più ad una concezione inconsciamente accomodante, che non volutamente criptica.

L’alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l’assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto.

In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche 4 o più volte consecutivamente.

 

5voynich_manuscript_178

Le parole contenute nel manoscritto presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) ad ipotizzare che fosse scritto in una lingua filosofica, ossia in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un insieme di lettere o sillabe che rimandano ad una divisione dell’essere in categorie. L’esempio più noto di lingua artificiale è l’idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all’omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in 40 categorie, suddivise in sotto categorie, e ad ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con ‘robo-‘, allora il rosso si chiamerà ‘roboc’, il giallo ‘robof’, e così via. Questa ipotesi spiegherebbe la ripetizione di sillabe, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a dare un senso razionale ai prefissi ed ai suffissi usati nel Voynich. Inoltre, le prime lingue filosofiche sembrano risalire a epoche successive alla probabile compilazione del manoscritto. A quest’ultimo proposito, è però facile obiettare che l’idea generale di lingua filosofica è tutto sommato semplice, e poteva preesistere.

1468r

Un’ipotesi contraria, molto più azzardata, è che sia stata proprio la visione del manoscritto a suggerire la possibilità di una lingua artificiale. Certo è che Johannes Marcus Marci era in contatto con Juan Caramuel y Lobkowitz, il cui libro ‘Grammatica Audax’ costituì l’ispirazione per l’idioma analitico di Wilkins[3].

Recentemente è stata avanzata un’ipotesi che chiarirebbe il motivo dell’inspiegabilità del testo e della sua resistenza a qualsiasi tentativo di decifrazione:Gordon Rugg, nel luglio 2004, ha individuato un metodo che potrebbe essere stato seguito dagli ipotetici autori per produrre “rumore casuale” in forma di sillabe. Questo metodo, realizzabile anche con strumenti del 1600, spiegherebbe la ripetitività delle sillabe e delle parole, l’assenza delle strutture tipiche della scrittura casuale e renderebbe credibile l’ipotesi che il testo sia un falso rinascimentale creato ad arte per truffare qualche studioso o sovrano. Già in passato lo studioso Jorge Stolfi dell’Università di Campinas (Brasile) aveva proposto l’ipotesi che il testo fosse stato composto mischiando sillabe casuali da tabelle di caratteri. Questo avrebbe spiegato le regolarità e le ripetizioni, ma non l’assenza di altre strutture di ripetizione, ad esempio le lettere doppie ravvicinate. Rugg partì dall’idea che il testo fosse stato composto con metodi combinatori noti negli anni tra il 1400 e il 1600: uno di questi metodi, che attirò la sua attenzione, fu quello della cosiddetta griglia di Cardano creata da Girolamo Cardano nel 1550.

Il metodo consiste nel sovrapporre ad una tabella di caratteri o ad un testo una seconda griglia, con solo alcune caselle ritagliate in modo da permettere di leggere la tabella inferiore. La sovrapposizione oscura le parti superflue del testo, lasciando visibile il messaggio. Rugg ha ricondotto il metodo di creazione ad una griglia di 36×40 caselle, a cui viene sovrapposta una maschera con 3 fori, che compongono i tre elementi della parola (prefisso, centrale e suffisso). Il metodo, molto semplice da usare, avrebbe permesso all’anonimo di realizzare il testo molto rapidamente partendo da una singola griglia piazzata in diverse posizioni. Questo ha rimosso il principale dubbio correlato alla teoria del falso, cioè che un testo di tali proporzioni con caratteristiche sintattiche simili sarebbe stato molto difficile da realizzare senza un metodo di questo tipo. Rugg ha ottenuto alcune “regole base” del Voynichese, riconducibili a caratteristiche della tabella usata dall’autore: ad esempio la tabella originale aveva probabilmente le sillabe sul lato destro più lunghe, cosa che si riflette nella maggiore dimensione dei prefissi rispetto alle altre sillabe. Rugg ha tentato anche di capire se ci fosse un messaggio segreto codificato nel testo, ma l’analisi lo ha portato ad escludere questa ipotesi: per via della complessità di costruzione delle frasi e delle parole, è quasi certo che la griglia sia stata usata non per codificare, ma per comporre il testo.

Ricerche storiche seguenti a questo studio hanno portato ad attribuire a John Dee e ad Edward Kelley il testo. Il primo, studioso dell’età elisabettiana, avrebbe introdotto il secondo (noto falsario) alla corte di Rodolfo II intorno al 1580. Kelley era mago, oltre che truffatore, quindi ben conosceva i trucchi matematici di Cardano, e avrebbe realizzato il testo per ottenere una cospicua cifra o favori dal sovrano.

Secondo una più recente ed approfondita ricerca di National Geographic, il manoscritto sarebbe opera di Antonio Averlino, detto il Filarete, a scopo di spionaggio industriale ai danni della Serenissima ed a favore della Sublime Porta. Due ricercatori romani, Roberto Volterri e Bruno Ferrante, hanno recentemente sostenuto (“I Libri dell’Abisso”, ISBN 978-88-89713-47-1) che il Manoscritto Voynich contenga indicazioni per praticare cure idroterapiche (parte Medica) in determinate configurazioni astrali (parte Astronomica) e con l’impiego di determinate erbe (parte Botanica).

Nel febbraio del 2014 Stephen Bax, professore di linguistica all’Università del Bedfordshire, ha pubblicato i risultati della sua ricerca[5] in cui propone la decodifica provvisoria di circa dieci parole, nomi propri di piante e della costellazione del Toro, e quindi di quattordici dei simboli dell’alfabeto o alfasillabario del manoscritto. L’approccio è stato quello di partire dalle illustrazioni della parte erboristica ed astronomica. Sono così stati identificati i possibili nomi di piante come l’Elleboro, KA/ə/UR, (Kaur è il nome della pianta ancor oggi nel Kashmir), la centaura, KNT/ə/IR, e della costellazione del Toro, taərn. L’opinione di Bax è che il manoscritto non sia cifrato e nemmeno privo di senso come è stato ipotizzato, ma probabilmente un testo prodotto nell’area del Caucaso, Asia centrale o Medio Oriente cristiano, scritto in una lingua o dialetto estinto, con un proprio alfabeto, anch’esso scomparso. A sostegno della sua tesi, Bax cita l’esempio dell’alfabeto glagolitico, creato dai santi Cirillo e Metodio per le esigenze fonetiche dell’antico slavo, sostituito poi dal cirillico, e che è a noi intelligibile perché sopravvive nella liturgia della Chiesa della Croazia.

Manuscrito-de-Voynich

 

foto_Manoscritto_Voynich_030

 

Ma il manoscritto comincia a perdere parte del suo alone di mistero ora che Stephen Bax della University of Bedfordshire è riuscito a mettere insieme un minimo di alfabeto Voynich, abbinando alcuni dei simboli contenuti nel libro a dei suoni. E suggerendo che le origini del linguaggio usato per il codice rimandano all’Asia occidentale e non al Messico, come recentemente ipotizzato.

stephen-bax130

 

                                                                          Stephen Bax

Gran parte del codice resta ancora oggi indecifrabile, visto che i simboli usati non sono riconducibili a nessun linguaggio noto, ma le analisi di Bax potrebbero essere la chiave di volta per portare alla luce quel che nasconde il manoscritto, denso di rappresentazioni botaniche, astronomiche e figure umane.

Per interpretarne il contenuto Bax ha analizzato alcune parole potenzialmente rappresentanti dei disegni, per via della loro collocazione, e le ha quindi confrontate con i nomi corrispondenti allo stesso disegno ma in altre lingue.

“Il manoscritto ha un sacco di illustrazioni di stelle e piante, ha dichiarato Bax, Sono stato in grado di identificare alcuni di questi, con i loro nomi, cercando in manoscritti medievali a base di erbe in arabo e in altre lingue, e poi ho cominciato a decodificarli, con alcuni risultati entusiasmanti.

Così, per esempio, racconta il New Scientist, una parola vicino  a una possibile rappresentazione di una pianta di ginepro è stata accostata alla parola “oror” scritta nell’alfabeto romano e quindi alla pronuncia “a’ra’r” del nome arabo usato per il ginepro. Alcuni simboli usati in questa parola sono quindi stati trovati anche in una rappresentazione di stelle nel libro, forse quella delle Pleiadi, nella costellazione del Toro, identificando un potenziale termine corrispondente alla parola Taurus.

Procedendo in questo modo Bax ha decodificato 14 simboli in tutto, riuscendo a leggere pochissime parole (come quelle per ginepro e Taurus, ma anche elleboro e coriandolo). Ancora pochi, ma lo scienziato spera di coinvolgere altri linguisti a lavorare sul suo metodo per mettere insieme un alfabeto Voynich completo. Per ora, conclude il ricercatore, le similitudini con il latino, il greco e l’arabo portano a credere che il manoscritto sia un trattato sulla natura originario delle regioni caucasiche dell’Asia occidentale.

Insomma il mistero del manoscritto, resta ancora tale, ma qualche cosa si comincia a sapere, vedremo in futuro cosa ci sveleranno le sue pagine e si riuscirà a sapere chi lo redasse e perchè.

https://youtu.be/910R8zdChw4?t=3421

Il manoscritto è stato utilizzato come elemento letterario sia da Colin Wilson nel suo racconto di ispirazione lovecraftiana Il ritorno dei Lloigor sia dallo scrittore fantastico Valerio Evangelisti che, nella sua Trilogia di Nostradamus, lo assimila all’Arbor Mirabilis e ne fa un testo esoterico al centro di una trama complessa che si dipana attraverso la storia francese del XVI secolo.

Il manoscritto è anche protagonista del romanzo Il manoscritto di Dio di Michael Cordy in cui viene in parte decifrato da una docente dell’università di Yale e risulta infine essere una mappa per ritrovare il Giardino dell’Eden. È presente anche nel romanzo La tomba di ghiaccio (The Charlemagne Pursuit, 2008) diSteve Berry. Nella striscia 593 del fumetto online Xkcd il testo viene citato, ipotizzando che si tratti di un antico manuale di un gioco di ruolo.

Nel 64º capitolo del romanzo Olympos di Dan Simmons si parla di un “manoscritto”, senza però nominarlo ma individuandolo con una descrizione precisa del contenuto. Pochi paragrafi più avanti viene citato il collezionista di libri rari Wilfrid Voynich, ma senza un collegamento esplicito con l’opera. Il codice in questione viene definito “una bufala”.

Il manoscritto è alla base di un’avventura in cui Martin Mystère, eroe della serie a fumetti omonima edito da Sergio Bonelli Editore, si trova alle prese con un fanatico telepredicatore, satelliti killer, monaci benedettini e francescani, un’intelligenza artificiale, gli Uomini in Nero, Atlantide e un’oscura minaccia che si appresta a distruggere l’intero pianeta.

Il manoscritto, infine, è parte anche della sotto trama del romanzo Pop.co dell’autrice britannica Scarlett Thomas, che ne dà una spiegazione di fantasia descrivendolo come un vero e proprio codice.

 

 

Body Painting Festival 2° giorno

Body Painting Festival 2° giorno

Il secondo giorno della manifestazione anno 2015, la giornata è dedicata agli artisti che utilizzano l’aerografo e gli effetti speciali, che sono protesi od accessori da applicare a modelle e modelli, come ad esempio coda, corna, copricapi ecc.

Buona visione !

Body Painting Festival 1° giorno

Body Painting Festival 1° giorno

Finalmente , in ritardo riesco a finire ed a pubblicare, questa prima parte del festival dei corpi dipinti, che si è svolto dopo la metà di Luglio a Bardolino, c’è da aggiungere che un plauso va fatto al “Patron” della manifestazione Enrico Bianchini, che ha il merito di aver avuto l’intuizione e di averla messa in pratica, realizzando il “primo” festival a livello nazionale con grande richiamo di pubblico e di partecipanti, sul canale di Benacus tv si possono vedere anche i video delle precedenti edizioni, buona visione !

Giuseppe D’Arimatea ed il Graal

Giuseppe D’Arimatea ed il Graal

“Joseph was a Tìn-man”  ovvero  “Giuseppe era nel commercio dello stagno”: questo è il titolo di una popolare canzoncina che ancora si canta in Cornovaglia. Il Joseph in questione non è uno dei molti minatori della regione, ma nientemeno che San Giuseppe di Arimatea, zio di Gesù. Giuseppe viene presentato dai Vangeli come un ricco commerciante e un devoto membro del Sinedrio, che si oppone all’esecuzione di Gesù (Matteo 27 : 57 ; Marco 15 : 43 ; Luca 23 : 50, 51) e, dopo la crocefissione, ne richiede il corpo a Ponzio Pilato per seppellirlo con I’aiuto dell’apostolo Nicodemo (Giovanni 19 : 38-42 ; Matteo 25 : 57-60).

Fino al VII secolo non si conobbero altri particolari della vita di Giuseppe ; poi tra il VII e il XII secolo Isidoro di Siviglia, San Dunstano e William di Malmesbury posero i primi tasselli di quella che sarebbe poi divenuta una ben articolata narrazione. San Filippo uno degli apostoli originali aveva inviato dodici uomini a convertire i Galli : questi, dopo varie peripezie, avevano raggiunto I’ Inghilterra e vi avevano edificato una chiesa per volere dell’arcangelo Gabriele. Il capo dei missionari sarebbe stato Giuseppe di Arimatea, e in effetti tracce del suo viaggio apostolico si riscontrano in leggende della Provenza, dell’Aquitania, della Bretagna e del sud dell’Inghilterra. Il poema Joseph d’Arimathee ,Le Roman de I’ Estoire dou Graal, scritto da Robert de Boron nel 1202, aggiunse alla vicenda altri particolari. Prima di dare sepoltura al corpo di Cristo, Giuseppe aveva raccolto nel GRAAL (“calice”) usato durante I’ultima cena alcune gocce del sangue del Redentore. Appena gli ebrei vennero a conoscenza di questo  pio gesto, avevano fatto rinchiudere Giuseppe nel punto più profondo di una torre circolare, che era anche orrida e buia perché costruita con solida pietra. Qui a Giuseppe era comparso Gesù, che gli aveva consegnato la coppa, e gliene aveva affidato la custodia. Quando, più di quarant’anni dopo, Giuseppe fu liberato per intercessione dell’Imperatore Vespasiano, non era invecchiato di un solo giorno, e riteneva di essere stato prigioniero soltanto poche ore : grazie a quel miracolo, Vespasiano si converti al Cristianesimo. Il mercante di Arimatea partì dunque per l’ Inghilterra portando con sé il GRAAL (ma secondo la Cronica, sive Antiquitates Glastoniensìs Ecclesiae, scritta nel XIV secolo da John of Glastonbury, non si trattava di una coppa bensì di due ampolle che contenevano il sangue ed il sudore di Cristo).

GiuseppeArimatea (1)

 

 

Immagine di San Giuseppe D’Arimatea con le ampolle

santo-sangue-bruges

 

Una delle ampolle in cui si dice ci sia il sangue di Gesù

 

I Vangeli  trascurano il lungo periodo della  vita di Gesù ,che va dai dodici ai trent’anni, e su di esso è stata intessuta ogni possibile (e impossibile) ipotesi : Cristo sarebbe stato in India ad apprendere i segreti dello Yoga ; Cristo sarebbe vissuto e morto in Cashmir ; Cristo sarebbe stato educato nella scuola filosofica degli Esseni, una setta ebraica la cui filosofia ha effettivamente molti punti in comune con i suoi insegnamenti. Molte tradizioni e molti toponimi della Cornovaglia ricordano”quando vi giunse il giovane Gesù, accompagnato dallo zio”. Sarebbe stato proprio Cristo a insegnare ai minatori come ripulire lo stagno dagli altri minerali ; quando il metallo luccicava, i minatori cantavano”Joseph was a tin-man”. Giuseppe accompagnò il nipote a visitare Glastonia o Ynis Witrin (L’ “Isola di vetro”) come la chiamavano i Celti. Era una collina che sorgeva, appunto, come un’isola da un”mare”di acquitrini, di canali, di sentieri e terrazzamenti , le popolazioni locali consideravano quel luogo già sacro, e la visita di Gesù non potè che aumentarne la santità. Il ritorno di Giuseppe.

Giuseppe fu scelto per la missione in Gran Bretagna forse anche perché conosceva bene la zona : infatti-raccontano le leggende della Cornovaglia che era già stato più volte in quella regione, dove si trovavano molte ricche miniere. La”via dello stagno”, che partiva da vari paesi del Vicino Oriente e raggiungeva la Cornovaglia passando, tra I’altro, per Marsiglia, Arles, Limoges e I’isola Francese di Mount Saint Michael, era già percorsa molti secoli prima di Cristo, ed è stata descritta tra gli altri da Diodoro Siculo (90- 20 a. C.) ; la frequentazione di mercanti ebrei sarebbe testimoniata da una serie di toponimi locali, come”Penzance”e”Mariazon”. In uno o più dei suoi viaggi lungo la “via dello stagno” racconta sempre la leggenda Giuseppe aveva condotto con sé un compagno davvero d’eccezione. Gesù a Glastonbury.

glastonbury-lato

Glastonbury , la cattedrale eretta sulla prima chiesetta di paglia e fango costruita da San Giuseppe D’Arimatea

Quando con i dodici missionari, Giuseppe d’Arimatea raggiunse la Gran Bretagna (ove-spiega il capitolo introduttivo del De Antiquate Glastoniensis Ecclesiae di William di Malmesbury ,egli sbarcò nel 63 d. C.), volle tornare sul luogo che aveva visitato con il nipote : l’odiema Glastobury.

download

Qui si appoggiò sul suo bastone per pregare e riposare ed esso si trasformò in un biancospino che ancora fiorisce a Pasqua e all’Epifania,(solo in questa zona il biancospito nella variante qui chiamata santospino fiorisce due volte all’anno spontaneamente) e qui, su richiesta dell’arcangelo Gabriele, edificò la prima chiesa cattolica dell’Inghilterra. A Glastobury  iniziarono le complesse vicissitudini del Graal, e I’opera di evangelizzazione di Giuseppe ; i discendenti dei dodici missionari divennero, secoli dopo, i famosi Cavalieri di Re Artù. Alla sua morte Giuseppe fu sepolto a Glastobury, dove “dorme il suo eterno sonno, e giace in ‘linea bifurcata presso I’ angolo a sud dell’oratorio”

santo-graal-valencia

Ultimamente si è diffusa l’idea che il santo Graal sia non una coppa lussuosa e d’orata o finemente cesellata in argento  come ad esempio quella qui sopra che è quella di Valencia, ma che sia una coppa modesta , usata dal figlio di un falegname nell’ultima cena come quella qui sotto:

il_sacro_graal

Questo sarebbe giusto se fosse la coppa dell’ultima cena, ma se fosse la coppa utilizzata da un ricco mercante per contenere qualcosa che riteneva prezioso come il sangue ed il sudore del suo Santo nipote, potrebbe benissimo essere una ricca coppa cesellata in oro o argento.

La storia di Giuseppe d’Arimatea si perde nella leggenda e nei canti popolari, quindi difficile stabilirlo, certo che è una delle possibilità da vagliare se si fa una approfondita ricerca sul Graal o sulla vita di Gesù e dei suoi famigliari.

Il Battere della pioggia

Il Battere della pioggia

Già in giovane età mi sono posto il quesito di come si attivasse il fenomeno della pioggia, il credo comune è che il vapore acqueo, evaporato in alta quota, incontrando area fredda si condensi, e formi le nuvole, le nuvole entrando in collisione tra loro portate dai venti , rilascino le goccioline di acqua e quindi piove. Niente di più sbagliato almeno per metà, ossia è vero che il vapore acqueo, sale in alto e si condensa, ma perchè piova ci vogliono due condizioni, una che le micro goccioline che compongono una nuvola calda (dove la temperatura resta sopra gli 0 gradi), incontrino delle altre spinte dal calore e da venti ascendenti , che portano verso l’alto altre goccioline che comprimendosi verso le altre si uniscono in gocce sempre più grosse, fino a che il loro pesano non risulti eccessivo per rimanere in sospensione quindi cadono e piove,anche se spesso parte di questa pioggia non tocca il suolo perchè torna ad evaporare durante il tragitto , sopratutto nelle aree calde la seconda condizione è il ghiaccio.

formazione-della-pioggia-2_0

 

Le goccioline d’acqua, nelle nuvole fredde (sotto gli 0 gradi ) ghiacciano e quindi il peso le porta verso il basso, durante il tragitto il ghiaccio che incontra temperature più calde scioglie e quindi piove, ma c’è un passaggio che manca, le goccioline sono di acqua pura e l’acqua pura non ghiaccia, non cristallizza alle basse temperature delle nuvole fredde . Perchè l’acqua ghiacci ed acquisisca peso per cadere al suolo servono delle impurità che le permettano di cristallizzarsi attorno ad esse.

Generalmente, queste impurità sono particelle di pulviscolo atmosferico, o addirittura micrometeore, polveri piovute dallo spazio, a volte più raramente sabbie dei deserti sollevate dai venti in alta quota, questi elementi sono chiamati ice nucleator , nucleatori di ghiaccio, e sono stati scoperti circa 40 anni fa, da allora l’uomo cerca di “rubare” la pioggia utilizzando lo ioduro d’argento, che oltre alle contro indicazioni ha un certo costo produttivo, fino a che in tempi più recenti si è scoperta l’azione congelante anche a temperature sopra lo zero dell’acqua pura dovuta ad una proteina prodotta dallo  pseudomonas syringae.

Pseudomonas-syringae

Lo Pseudomonas syringae (pronuncia “siringe”) è un batterio a forma di bastoncino, appartenente al genere Pseudomonas. E’ gram-negativo ed aerobio, ha flagelli polari che gli permettono di muoversi. Vive nel suolo, sulle piante e nell’atmosfera. E’ un microorganismo fitopatogeno: attacca, infatti, gli alberi, in cui causa danni all’epitelio, rendendo disponibili i nutrienti dei tessuti vegetali sottostanti per il parassita stesso.

Il suo sistema di diffusione e proliferazione è quello di farsi trasportare dalle correnti d’aria in alta quota, dove incontrate le nuvole, produce una proteina che fa congelare l’acqua a temperature tra i 0 e 3 gradi, venedo quindi con la caduta portato a terra in luoghi diversi da dove è salito.

Avendo scoperto che questo batterio è responsabile di una parte delle piogge mondiali, l’uomo purtroppo ci ha subito speculato su, infatti lo pseudomonas syringae , vene non solo seminato in alta quota per provocare le piogge ( scie chimiche?) ma utilizzato per produrre la neve artificiale, quando non nevica in montagna presso gli impianti sciistici, proprio perchè permette la creazione di neve artificiale anche sopra gli zero gradi.

Molti penseranno , bene è un organismo naturale, innocuo per la natura, che male c’è se si utilizza? Il male è che questo battere colpisce piante ed animali  ed inoltre si diffonde negli ecosistemi e rende il terreno molle, cedevole, simile alla gelatina.

cherry pseudomonas syringae

C’è chi sospetta che gli smottamenti le valanghe e le alluvioni avvenute negli ultimi anni in Piemonte e Liguria siano la conseguenza delle olimpiadi invernali di Torino del 2006, in cui furono usati grandi quantitativi di pseudomonas syringae per produrre la neve ed il ghiaccio artificiale, al fine di permettere lo svolgimento dei giochi. Il fatto è che poi il battere si diffonde e non è controllato e controllabile nell’ambiente, anche in zone dove non era presente o non era presente massicciamente.

Un’altro guaio per la salute di tutti è che non bastava diffondere lo pseudomonas in ogni dove, ma il suo potere congelante è stato rafforzando con un innesto genetico di escherichia colis, battere principe delle infezioni umane e di molte malattie ad esso allegate, quindi questa mutazione , innesto genetico che effetti avrà sull’ambiente e sopratutto sulla nostra salute? NOn lo sappiamo e credo che allo stato attuale non lo possa sapere nessuno, una cosa è certa fino a che l’uomo si vorrà sostituire alla natura senza conoscerne appieno le conseguenze, i danni sono assicurati.

Ecco come si presentano le foglie di una pianta di kiwi dopo la “pioggia” di batteri :

batteriosi-kiwi-fonte-professor-balestra-dafne-universita-tuscia

 

Il nostro battere visto al microscopio, con i suoi flagelli :

Pseudomonas_syringae

 

Ecco una dimostrazione di come agisce lo pseudomonas syringae, la sua proteina viene iniettata in un vaso di acqua pura refrigerata, che altrimenti come si vede nel video resta comunque liquida senza gelare, ma una volta immesso il battere e la sua proteina…..