Tempus Fugit

Tempus Fugit

Il tempo è tiranno, si usa esclamare quando ci si scusa con altri perchè si deve lasciare un incontro, o perchè si va di fretta incontrando un conoscente od un amico/ca.

Gli antichi esclamavano una allocuzione più appropriata cioè, tempus fugit , il tempo fugge, scappa, ma attenzione la locuzione antica ha un significato molto ampio e profondo  che ha a che vedere con tutti noi, con le nostre ansie, i nostri stress ed la nostra poca consapevolezza.

Infatti si potrebbe interpretare il titolo di questo articolo anche con il tempo è prezioso, il nostro tempo è la cosa più preziosa che possediamo, e ce lo facciamo rubare tutti i giorni come niente fosse, solo perchè pensiamo che sia gratuito.

In realtà prendere coscienza che il nostro tempo è prezioso fa parte di quel processo che viene chiamato coscienza di se, crescita personale.

Il tempo ci sfugge tra le dita, nessun uomo o donna riesce a fermarlo e passa inesorabilmente, a volte ci sembra passi lento, altre che scorra velocissimo, in entrambi i casi passa ed il tempo che abbiamo a disposizione è sempre meno, inizia a diminuire da quando nasciamo ed emettiamo il primo vaggito.

Allora, mi viene chiesto agli incontri a quelli che oltre oceano si chiamano workshop e vengono tradotti come seminario o corso di apprendimento, a che serve prenderne coscienza? Non è doloroso essere coscienti della vita che fugge?

No anzi ci fa essere consapevoli e ci obbliga a riflettere sul come vogliamo spendere il nostro tempo, e quasi sempre ci fa essere più positivi e propositivi che gettarlo via inconsapevolmente.

Un pò come la differenza che potremmo notare tra un riccone di nascita, che annoiato dal troppo butta via i soldi in cene e feste una uguale all’altra, sempre più annoiato inconsapevole che getta una fortuna per cose che non lo migliorano e dopo un pò non lo divertono nemmeno più, ed un uomo od una donna che dopo aver lavorato per guadagnarsi un piccola somma, ponderano con calma come utilizzarla, centellinando e godendosi ogni momento della scelta e della spesa, usando quei soldi consapevolmente e godendone a pieno il significato, non cadendo nella noia e non sprecando i loro sforzi, ed infine godendosi appieno il risultato di quegli sforzi.

C’è inoltre un altro se ed un altro ma, noi non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione, nella vita moderna viviamo tutti come se dovessimo campare infinitamente su questa terra, invece , tocchiamo ferro, ma la nostra avventura terrena potrebbe terminare in questo momento, o domani o fra 10 anni, quindi non abbiamo tempo illimitato, e quindi il nostro tempo va speso bene e con coscienza che lo stiamo spendendo, e che non sappiamo quanto ancora ne abbiamo da spendere.

Detto questo che a molti provoca ansia, diciamo che presa questa coscienza, si comincia invece a vivere in modo che l’ansia si dissolve e la vita sia piena di qualità e di tempo.

La causa di molte nevrosi ed addirittura di malattie, tra le più diffuse dei nostri tempi moderni è proprio lo spreco del tempo , il tempo che fugge, e la nostra continua rincorsa, per avere quali risultati? L’automobile più bella? Più grossa? Per mostrarla al bar? Per avere 400 metri di casa in due e non avere il tempo di abitarla? Per avere i soldi di viaggiare e vedere in 10 giorni 10 località diverse senza capirle, gustarle viverle?

Non avendo il tempo di leggere, approfondire conoscenze, sia culturali che umane, di godersì la vita, quella quotidiana, facendo la colazione in 30 minuti od un’ora e non in 2,30 minuti con il pit stop per il caffè, non vivendo il tempo libero in auto , nel tragitto casa lavoro e ritorno o peggio in treno e/o autobus.

Mi viene detto, la fai facile te, ma ho famiglia da mantenere, il mio lavoro è dall’altra parte della città, io all’auto nuova non ci rinuncio sono anni che sudo per guadagnarmela!

Allora rispondo che niente è facile, si può benissimo scegliere di vivere metà della propria vita su un autobus o di buttare via 10 anni di lavoro e sacrifici per un’auto che fra uno o due anni avrà un valore più che dimezzato, mentre si avrebbe potuto comperare un auto più modesta , lavorare meno ore con meno affanno e godersi più del proprio preziosissimo tempo.

images

Stanno nascendo vari movimenti , come negli USA l’off grid, o in Italia il downgrade o meglio il downshifting (letteralmente scalare marcia, rallentare), per farvi un esempio vedetevi il blog di Andrea Strozzi o il sito di Alessandro Ronca grossi manager che hanno “scalato marcia e scelto vite e progetti più a passo d’uomo e di qualità della vita, guadagnando meno, ma l’antesignano italiano del downshifting è Simone Perotti che vive con meno di 10.000 euro all’anno, navigando e scrivendo e potrei citarvi altri che vivono con il solo prodotto dei loro orti e giardini, facendosi tutto dal sapone al riciclo in casa, insomma lavorare meno ed accontentarsi oltre che usare il proprio tempo in modo consapevole e migliore, essere gratificati e felici nonchè  più sani.

Certo non è facile, ed il primo passo è appunto essere consapevoli che il tempo fugge è che la nostra cosa più preziosa, che quindi dobbiamo ponderare come ed a chi lo regaliamo o per cosa lo spendiamo, non è facile ma si può fare, prendere in mano le redini della propria vita ed anche andando contro corrente vivere una vita piena e consapevole, pensateci su, io lo sto facendo da tempo e piano piano qualche cambiamento l’ho fatto, e ricordatevi , chi ha tempo non aspetti tempo che tempus fugit !

Ermanno.

 

Di seguito un corto video preso da una puntata dell’aria che tira programma delle 7 condotto da Mirta Melino ove si

parla di alcuni downshifter che ho citato.

 

 

Punti di Vita (vista) !

Punti di Vita (vista) !

Le richieste che mi arrivano , sono spesso sintomatiche di una cosa, la difficoltà di capire che un vero cambiamento, una vera presa di consapevolezza non è una cosa “easy” per dirla con un termine anglosassone, ma faticosa. Ma allo stesso tempo è una cosa facile e cerco di spiegarmi.

Ai workshop faccio fare un semplice esercizio, di chiudere un occhio, dopo pochi secondi aprirlo e chiudere l’altro occhio, bene se lo fate vedrete la stessa “scena” ma con alcune diversità e da due punti di vista diversi, se poi li teniamo aperti entrambi abbiamo anche un terzo punto di vista.

Che centra con la consapevolezza ed il cambiamento?

Diciamo che il tempo che ci si impiega a cambiare quello che possiamo definire punto di vita, è quello identico che ci impieghiamo a cambiar e punto di vista, chiudendo un occhio, o spostandoci di un passo a destra o a sinistra di dove siamo osservando una scena, la parte difficile sta nell’elaborarlo e nel farlo nostro, insomma esserne consapevoli, e proseguire sulla decisione intrapresa senza farsi influenzare dai costumi e dalle “pressioni sociali”.

Faccio un esempio pratico, una signora anziana , un giorno si confidò e mi disse che quello che la rendeva infelice era il non potere abbracciare ed essere abbracciata come quando era giovane, le mancava il contatto fisico , le carezze le coccole, io le chiesi che cosa le impediva di abbracciare il marito in pubblico, di tenerlo per mano come quando erano fidanzatini, di dargli un bacio, lei mi disse che erano di una certa età ( parliamo di una quasi 80 enne)  e che sarebbero apparsi ridicoli in pubblico, quindi la signora covava una infelicità pure di non andare contro ad una convenzione sociale di un paesetto di provincia , la presi per mano e facemmo una via insieme, le chiesi come si sentiva e cosa provava, lei mi diceva che potevo essere suo nipote, ma che comunque si sentiva strana, a disagio ma anche felice di fare una cosa “diversa”, io le obiettai che era una cosa naturale, non “diversa” e che lei qualunque età avesse, anzi a maggiore ragione, aveva diritto di fare quello che la rendeva felice, ovviamente la signora rimase perplessa e dubbiosa, eppure raggiungere la felicità  era semplice, come cambiare punto di vista, bastava allungare una mano e prendere quella del marito e passeggiare così insieme, ma allo stesso momento era la cosa più faticosa da fare, abbattere una convenzione, un modo di pensare, essere consapevoli che siamo artefici della nostra vita e della nostra felicità, nessuno di chi ci criticherà ci potrà restituire il nostro tempo, le nostre emozioni, le nostre sensazioni.

Quindi la chiave è essere consapevoli che possiamo cambiare, che una volta presa coscienza, possiamo cambiare punto di vita, essere più liberi e felici, semplicemente, capendo che non è difficile ma faticoso, la fatica di combattere contro se stessi, contro le convenzioni sociali, di prendere coscienza di se e di quello che si vuole, e quindi agire per raggiungerlo.

Si può cominciare dalle piccole cose , come l’esercizio quotidiano di prendersi 5 minuti per se , 5 minuti di gratificazione, si spegne il telefonino, si prende una tisana, una cioccolata, un caffè, una caramella, ci si mette nel nostro posto preferito in poltrona, su una panchina, sull’erba, e quei cinque minuti ci si gratifica, chiamasse il Presidente della Repubblica o il Papa, richiameranno, sono 5 minuti interamente nostri.

Tutti i giorni metodicamente si può partire da questo piccolo esercizio e vedrete che si comincia a prendere consapevolezza che un nuovo “punto di vita” è sempre possibile ed  è a portata di mano, facile come chiudere un occhio e vedere la nostra vita sotto un’altra prospettiva, non resta che viverla.

Ermanno.

 

L’olistica in una storiella

L’olistica in una storiella

Molti mi interpellano per sapere cosa è l’olistica, in realtà l’olistica è una filosofia in cui si dice che non siamo una cosa sola ma parte di un insieme, che l’uomo non è solo il fisico ma anche la psiche, lo spirito ed il tutto interconnesso con l’universo, anche se detta così non rende forse giustizia all’essenza più profonda dell’olistica, discutendo con esimi olisti operatori e counselor, ho sentito varie definizioni e li ho visti cercare ogni uno di fare valer ela propria, mi è tornata in mente una storiella , una parabola buddhista, che forse può essere di aiuto per capire il senso del tutto olistico e qui ve la racconto:

PARABOLA BUDDHISTA, I CIECHI E L’ELEFANTE:

Successe in India. Tanto tempo fa. Una volta nel parco di Anatapindika, nella città di Jetavana presso Savatthi, religiosi, dotti e scienziati litigavano furiosamente, si accapigliavano, si offendevano. Ognuno pensava di dire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato e ognuno aveva l’idea che era giusto ciò che diceva lui e sbagliato quello che diceva un altro. Ognuno era così convinto di essere dalla parte della ragione che neanche ascoltava quello che l’altro aveva da dire e appena si accorgeva che voleva dire qualcosa di diverso lo offendeva dicendo: «È giusto come la penso io, la tua idea è sbagliata». E l’altro lo stesso: «Ma che dici? La mia è l’idea giusta, è la tua che è sbagliata». E litigavano ancora. Per lo più litigavano per un fatto: che uno diceva che l’universo è grande grande grande, così grande che praticamente non ha né una fine e né un inizio. Praticamente: l’universo è infinito. Ma l’altro non era d’accordo perché diceva che invece il mondo è finito e faceva un disegno del villaggio in cui vivevano per dimostrarlo. Ma non litigavano solo per questo. C’era chi diceva che gli animali hanno un’anima e chi diceva di no. Uno che il tempo non ha né un inizio e né una fine – come quell’altro aveva detto dell’universo – e l’altro santone si stropicciava la barba e iniziava a contare «uno due tre… mille… vedi che si può contare il tempo? Quindi se si può contare con i numeri a un certo punto finirà!» Nonostante fossero tutte persone molto colte e istruite ognuno però usava la sua sapienza per offendere con le parole l’altro. Uno diceva: «Sei uno stupido. La terra gira, altro che ferma». E l’altro: «Se gira allora tutto dovrebbe cambiare sempre». Poi si davano dello sciocco perché per uno la terra era rotonda e per un altro piatta. Insomma in questa città, che si chiamava Savatthi, regnava una grande confusione. Ma per fortuna tra tutti i saggi ce n’era uno di gran lunga più saggio. Tanto saggio da non cadere nei facili tranelli delle discussioni, da vivere in disparte e con modestia ma sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona. Questa sua serenità lo rendeva ancora più saggio ed era da tutti riconosciuto come un saggio dei saggi. Anzi diciamo pure il saggio per eccellenza. Ma il nostro dotto amico, saputo di quello strano conflitto, si era molto contrariato perché pensava che era buffo che persone così intelligenti e profonde non riuscissero a trovare un accordo sulla loro ricerca di verità e che fossero convinte che la loro verità fosse così giusta da offendere quella dell’altro. Avrebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a capire. La storia che gli raccontò era quella di un gruppo di ciechi e di un elefante. E la storia diceva così. Cari monaci, un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale. Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia? E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto. Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare. Naturalmente se uno diceva un mantice e l’altro una caldaia volavano gli insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva sentito toccando la parte del corpo dell’elefante. Il re vedendoli così convinti della loro sicurezza e litigiosi si divertiva un mondo. Ma alla fine decise di aiutarli a capire, e a due a due li invitava a toccare quello che aveva toccato l’altro e a chiedergli a cosa somigliasse. Così tutti dicevano quello che sosteneva l’altro e si invertivano i ruoli. Come se fosse stato un gioco li invitò a parlare tra di loro e alla fine tutti si formarono l’idea di come in realtà l’elefante fosse. Tutti furono d’accordo che era un mantice con un ramo di un albero nel mezzo e a lato un aratro con due tappeti sopra un granaio sostenuto da colonne e tirato da una fune di barca.
Dopo che il saggio Maestro ebbe finito di raccontare questa storia disse: «Miei saggi discepoli voi fate la stessa cosa. Non sapete ciò che è giusto e ciò che è sbagliato né ciò che è bene e ciò che è male e per questo litigate, vi accapigliate e vi insultate. Se ognuno di voi parlasse e ascoltasse l’altro contemporaneamente la verità vi apparirebbe come una anche se ha molte forme»
Questa parabola è tratta dagli Udana.

Parole per il cuore e l’anima

Parole per il cuore e l’anima

Grazie ad una gentile signorina che ha fatto alcune riprese video posso mostrarvi un sunto di alcuni momenti della serata di counseling e meditazione che si è svolta a Bardolino, presso la biblioteca comunale, molte le richieste e grande partecipazione,  buona visione!

 

 

L’attacco di panico

L’attacco di panico

L’attacco di panico è una delle situazioni di disagio maggiormente invalidanti, anzi proprio bloccano l’individuo , che per autodifesa comincia ad evitare le situazioni che potrebbero indurgli un attacco di panico, cominciano piano piano una spirale che lo porta ad una vita insoddisfacente ed isolante, nel video cosa fare inizialmente, per indicazioni consigli o semplicemente parlarne, contattatemi pure sia via telefono che via mail.