Il misterioso dodecaedro romano

Il misterioso dodecaedro romano

Un piccolo oggetto antico di 2 mila anni sta facendo impazzire gli archeologi di tutto il mondo e che non ne vuole sapere di svelare i suoi segreti.

Si tratta del “Dodecaedro Romano”, nome attribuito ad una serie di piccoli oggetti cavi in bronzo o in pietra, composti da dodici facce pentagonali piane, ciascuna con un foro circolare di 8 centimentri al centro.

Le dimensioni di questi enigmatici oggetti varia dai 4 agli 11 centimetri e si stima risalgano al II o III secolo d.C.

I misteriosi reperti sono stati rinvenuti in ogni parte dell’Europa: dal Galles all’Ungheria, dall’Italia alla Germania. Attualmente, tra collezioni private e musei, si conservano circa un centinaio di dodecaedri.

La funzione e l’utilizzo del dodecaedro romano rimangono un mistero e tutti i tentativi di risolvere l’enigma non hanno portato risultati, anche perchè non sono menzionati in nessun resoconto, cronaca o immagine dell’epoca romana.

Sono state avanzate le più svariate ipotesi sull’utilizzo del Dodecaedro Romano, dal porta candela al giocattolo, dall’osservazione astronomica al calcolo ingegneristico, dall’oggetto decorativo alla funzione religiosa.

C’è anche chi ha avanzato ipotesi più esotiche, considerando la Teoria di Atlantide o l’ipotesi aliena, partendo da una semplice domanda: il misterioso dodecaedro è stato veramente creato e utilizzato dai romani, oppure è stato definito “romano” semplicemente perchè è stato rinvenuto nei siti che una volta facevano parte dell’Impero Romano?
Il Dodecaedro Romano non è menzionato in alcuna fonte antica, quindi, l’unico modo di procedere è avanzando delle ipotesi sul suo utilizzo.

Sebastian Heath, professore presso l’Istituto per lo studio del mondo antico presso l’Università di New York, in un intervento su Fox News di qualche tempo fa, ammise di non avere nessuna idea precisa su cosa sia il dodecaedro. Partendo dallo spunto di Heath, i lettori di Fox News hanno avanzato le più svariate ipotesi.

C’è chi crede si tratti di un semplice campanello e chi di un porta candela. Qualcuno ha ipotizzato che, dopo averlo riscaldato, venisse utilizzato per massaggi rilassanti. Secondo uno dei lettori, il dodecaedro potrebbe essere un giocattolo per bambini, o anche un semplice oggetto decorativo.

Ad ogni modo, il prof. Heath è rimasto molto colpito dall’interesse suscitato dall’oggetto e della quantità di ipotesi avanzate, tutte potenzialmente valide, ma nessuna chiaramente definitiva.
Una recente ipotesi è stata avanzata da John Ladd, un ingegnere in pensione, secondo il quale il dodecaedro era utilizzato dai romani per definire la geometria ottimale delle loro armi.

Secondo l’ipotesi di Ladd, il dodecaedro veniva immerso in un fluido, al fine di migliorare la progettazione e la fabbricazione dei proiettili per le fionde.

Secondo la complessa teoria dell’ingegnere, grazie alla Spinta di Archimede, i romani erano in grado di determinare la deviazione della traiettoria dei proiettili. Tutta la teoria, con relativi schemi e disegni, è presentata a questo indirizzo.

Va detto, però, che non sempre i dodecaedri sono stati rinvenuti in siti militari o campi di battaglia. L’ipotesi non tiene conto che gli oggetti sono stati trovati anche nei pressi di semplici abitazioni.

L’ipotesi ingegneristica, che è anche la più accreditata a tutt’oggi, è quella di
Amelia Carolina Sparavigna, del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia, al Politecnico di Torino, in un interessante articolo ha ipotizzato che il dodecaedro servisse come strumento per misurare le distanze, soprattutto per il rilevamento e a scopo militare, a suo parere quindi potrebbe trattarsi di uno strumento ottico per misurare le distanze, cioè un telemetro.

Al seguito di un approfondito studio effettuato su un dodecaedro, la Sparavigna ha potuto spiegare molto bene ed in modo molto convincente la sua possibile utilizzazione.
Una sua affermazione mi ha particolarmente colpito; ruotandolo su sé stesso, era possibile ricavare 6 misure diverse. Questa è stata la “molla” che mi ha permesso per effettuare una ulteriore ipotesi: tale oggetto ben si prestava ad essere usato dagli agrimensori romani, per tracciare la centuriazione.
Più volte mi sono chiesto con quali strumenti gli agrimensori romani effettuavano le necessarie e complesse misurazioni riguardante tale pratica, probabilmente ho trovato una possibile risposta.
Approfondiamo un po’ l’argomento,
Una delle prime cose che facevano i romani dopo aver conquistato una area era quello di bonificarla e di dividerla in appezzamenti, dette centurie, scopo, consegnarle ai coloni.
Come è noto con un attrezzo detto Groma, tracciavano una strada detta Decumano Massimo(da Est ad Ovest), ed una altra, detta Cardine Massimo(da Sud a Nord). Parallelamente ed equidistante a queste strade, per tutta l’area che intendevano centuriare, ne venivano tracciate delle altre.
Al seguito di queste operazioni il territorio diventava una scacchiera con identici quadrati o rettangoli, detti centurie, che a sua volta erano oggetto di ulteriori suddivisioni interne.
Le centurie più comuni erano di 20 x 20 Actus, cioè aventi un lato di circa 705 metri ed una superficie di circa 50 ettari, ma in considerazione del fatto che per un insieme i motivi, venivano pure tracciate centurie di diverse misure, risulta evidente che vi era la necessita di effettuare moltissime e diverse misurazioni.
Vediamo anzitutto quale era il sistema da loro usato per misurare le distanze lineari. Le loro misure erano basate sul piede (cm 29,57), sul passo, che era un doppio passo, 5 piedi (m. 1,48), sulla pertica, dieci piedi(m.2,95), sull’actus, 120 piedi(m. 35,5 , sul miglio,1000 passi (1480 metri).
Dal Corpus Agrimensorum ( il più importante trattato sulla centuriazione) e da altre fonti, è possibile conoscere alcuni strumenti che gli agrimensori usavano per misurare: il già ricordato Passo, la già ricordate Pertica, il già ricordato Groma, il poco noto Hodometrom ( uno strumento formato da ingranaggi, che adattato alle ruote di un veicolo, permetteva di misurare le distanze effettuate, più o meno come un conta chilometro) e naturalmente delle funi.
Grazie a tutti questi strumenti , specialmente sui terreni ben livellati, era possibile effettuare delle misurazioni quasi perfette, ma che dire quando ci si trovava di fronte a terreni accidentati , in presenza di corsi di acqua, oppure altri ostacoli naturali? Ecco che sarebbe stato utilissimo poter usufruire di uno strumento che permettesse misurazioni “ ad altezza d’uomo”, per esempio un Dodecaedro, purchè provvisto di fori.
Se la ipotesi della Sparavigna risultasse credibile, non si vedrebbe la ragione per cui gli agrimensori romani , seppur molto preparati ed organizzati per superare le varie difficoltà , potendo disporre di un Dodecaedro, non l’avessero usato.
Se questa mia ipotesi trovasse conferma, il Dodecaedro non sarebbe un telemetro, ma piuttosto un telepassus oppure ancor meglio un teleactus.
Alcune importanti considerazioni.
Come è noto molti autori di epoca greca, Platone, Pitagora ecc, ricordando il Dodecaedro, lo descrivono come una figura geometrica con 12 facce, ma senza fori.
Perciò i fori non possono che essere stati aggiunti solo in epoca romana.
Da questi antichi scrittori abbiamo pure appreso l’importanza che rivestiva il numero 12, e che da tale numero è derivata la parola Dodecaedro.
Non si può affatto escludere che grazie a tale derivazione i romani possano aver scelto fra i solidi Platonici ed adattato alle loro esigenze, proprio un Dodecaedro, strumento che, oltre a permettere di disegnare perfetti figure geometriche, angolo, rettangolo, quadrato ecc, cosi importanti per la pratica agrimensoria, contiene come numeri di base sia il 12 che il 5, le misure “auree”della centuriazione e della astronomia.
Contrariamente alla convinzione generale, il Decumano, la più importante strada della centuriazione, non deriva da Decimano (10), ma da Duodecimano (12), in quanto il percorso di questa strada corrisponde al tragitto effettuato dal sole in occasione dell’equinozio di primavera, perciò divisione del giorno in due parti.
Non a caso la larghezza del quintario era di 12 passi,
Pure il 5 era usato nella centuriazione, il passo era formato da 5 piedi, per non parlare dell’Ordines in Quincuncem di Ciceroniana memoria.


Nonostante la storiografia non ci consegni una grande passione, da parte dei romani, per i moti celesti e l’osservazione astronomica, qualcuno ha ipotizzato il contrario.

Nel 2010, Sjra Wagemans, della DSM Research, ha proposto una nuova teoria che assegna una funzione astronomica a questi oggetti. Wagemans ha usato una copia di bronzo di un dodecaedro per vedere se era possibile determinare gli equinozi di primavera e in autunno.

Secondo Wagemans, il dodecaedro è un oggetto legato al ciclo agricolo, sofisticato e semplice al tempo stesso. Esso era usato per determinare senza un calendario, il periodo più adatto durante l’autunno per la semina del grano.

Ed avere un buon raccolto era di vitale importanza per le legioni romane situate in regioni lontane da Roma. Ciò che è notevole è che Wagemans abbia usato un approccio sperimentale, nel testare il dispositivo su un periodo di alcuni anni e in diversi posti a diverse latitudini.

Un antico calice rivela che i romani sapevano usare le nanotecnologie

Ecco spiegato il funzionamento del meccanismo di Antikythera
Come si può vedere, le ipotesi sono tante e non è facile seguire una traccia unica e certa.

Altre ipotesi sono state avanzate anche dai teorici degli Antichi Astronauti, secondo i quali il dodecaedro è ciò che rimane di uno strumento tecnologico molto più complesso e che, probabilmente, i romani nemmeno conoscevano.

Forse, gli abitanti dell’antica Roma si sono trovati tra le mani oggetti che non comprendevano, risalenti ad un remoto passato e che sono stati accolti dalla cultura romana utilizzandoli nella maniera più disparata, dal porta candela alla decorazione, o forse sapevano cose ed avevano tecnologie che noi ancora oggi non conosciamo.

Triceratopo …….moderno

Triceratopo …….moderno

Abbiamo già visto come le teorie dell’evoluzione e della formazione del nostro mondo, siano in continuo cambiamento, tecniche moderne, ritrovamenti ed una maggiore difficoltà a pilotare le masse grazie ai nuovi media,  oltre al diffondersi veloce delle novità, sta spiazzando la scienza ufficiale, ma ci da l’opportunità di avvicinarci alla verità. Come già per l’uomo in cui l’antropologia ufficiale ha definitivamente scartato la teoria evolutiva scimmia uomo, infatti non sono mai stati trovati resti delle varie fasi evolutive e quindi la teoria è decaduta, ora la nuova teoria è che tutti i grandi primati della terra, hanno in comune un unico antenato, ma anche questa è una teoria priva di fondamenta ossia basata sulle deduzioni dei nostri antropologi ed archeologi, infatti non abbiamo ancora prove concrete a supporto.

Nel 2012 , ne parliamo solo ora a studi completati) è stato scoperto un ennesimo fossile, un corno di Triceratopo che è destinato a rivoluzionare tutte le teorie sui dinosauri e sul fatto che uomo e dinosari non abbiano mai vissuto nello stesso periodo.

Infatti il ritrovamento avvenuto a Dawson County, Montana, nel 2012, sta mettendo in crisi l’opinione corrente secondo la quale i dinosauri si sono estinti circa 65 milioni di anni fa.

La datazione al radiocarbonio del reperto, ha restituito un’età di 33.500 anni fa, il che significherebbe che uomini e dinosauri hanno camminato insieme sul nostro pianeta.

triceratops-horn-dinosaurs

 

Il corno del triceratopo è stato scoperto e studiato dal paleontologo Otis Kline Jr, dallo scienziato al microscopio Mark Armitage, e dal microbiologo e paleontologo non professionale Kevin Anderson, nel maggio 2012,  due campioni di corno (GDFM 12.001a e GDFM 12.001b) sono stati consegnati alla Glendive Dinosaur and Fossil Museumin Montana.I campioni sono stati poi inviati all’Università della Georgia, Center for Applied Isotope Studies for Carbon-14 , che ha prodotto una data stimata di 33.570 ± 120 anni per il primo campione e 41.010 ± 220 anni per il secondo.

Il triceratopo (nome che significa “faccia con tre corna), infatti, è un dinosauro erbivoro che secondo le conoscenze attuali è vissuto verso la fine del Maastrichtiano (tardo Cretaceo), circa 68 milioni di anni fa, in quella che è oggi il Nord America, estinguendosi circa 66 milioni di anni fa.

Dunque, come ci è arrivato un triceratopo nel periodo in cui l’uomo moderno cominciava a muovere i primi passi?

In realtà, secondo gli scienziati del Paleochronology Group, un gruppo di geologi, paleontologi, chimici e ingegneri che indaga su quelle che vengono definite “anomalie della scienza”, la datazione del triceratopo non sorprende affatto, ma conferma quello che si sospetta da tempo, e cioè che i dinosauri non si sono affatto estinti milioni e milioni di anni fa, ma ci sono prove sostanziali che essi sono vissuti fino a 23 mila anni fa!

Su quale fondamento è possibile affermare una cosa del genere? Fino a poco tempo fa, la tecnica del carbonio-14 non si riteneva necessaria per datare le ossa di dinosauro, dato che il test è affidabile solo fino a 55 mila anni indietro nel tempo.

Poichè i fossili di dinosauro vengono spesso trovati negli strati del terreno che corrispondono a milioni di anni fa, a cosa serve datarli? Gli scienziati infatti stabiliscono l’età di un fossile di dinosauro sulla base della misurazione radiometrica dei sedimenti vulcanici depositati sotto e sopra il reperto, un metodo che secondo il Paleochronology Group presenta “seri problemi e richiede la formulazione di troppe ipotesi”.

«È diventato chiaro anni fa che i paleontologi non solo trascuravano di datare le ossa di dinosauro con il C-14, ma addirittura si rifiutavano», ha spiegato Hugh Miller, capo del Paleochronology Group. «Normalmente, un buon scienziato sarebbe curioso di confrontare i metodi di datazione».

Secondo quanto dice Miller, i risultati della datazione del triceratopo non sono unici: numerosi test eseguiti su altre ossa di dinosauro hanno restituito tutti risultati che risalgono a migliaia di anni fa, piuttosto che a milioni di anni fa.

Ecco una tabella delle recenti datazioni al C-14 che in effetti restituiscono una datazione più realistica e più moderna dell’esistenza in vita dei dinosauri.

datazione-fossili-dinosauri

 

Che i dinosauri possano essere più giovani di quanto si pensi, è un’idea che numerosi ricercatori indipendenti sostengono da tempo, ritenendo che un tempo i grossi rettili e gli uomini abbiano camminato insieme sul nostro pianeta.

Esistono, infatti, numerose opere d’arte antiche e manufatti che sembrano rappresentare proprio i dinosauri, realizzati migliaia di anni prima che la scienza scoprisse il primo fossile e ricostruisse il loro aspetto.

Una delle iù accreditate ed incontrovertibili è un incisione in pietra posta sul tempio buddista di Ta Prohm, in Cambogia, divenuto noto come lo “Stegosauro di Ta Prohm”. Gli archeologi ritengono che il tempio di Ta Prohm risale a circa 800 anni fa. E, allora, come è possibile che gli antichi cambogiani conoscessero i dinosauri, dato che i primi fossili sono stati tirati fuori sono un paio di centinaia di anni fa?

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In una tomba scoperta nella regione di Nazca risalente a 1300 anni fa, furono ritrovati alcuni reperti ornamentali, tra cui ceramiche e tessuti, con la rappresentazione di quelli che sembrano autentici dinosauri.

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Altre opere in cui sono rappresentati i dinosari nell’antichità:

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In alto a sinistra: Bassorilievo di Angkor Wat, in Cambogia (1186 dC). In alto a destra: tessile da Nazca, Perù (700 dC). In basso: Tapestry nel Castello di Blois (1500 dC)

Sebbene il Paleochronology Group afferma di non appartenere a un credo specifico, alcuni critici contestano i risultati perchè sarebbero viziati dalla tendenza “creazionista” di alcuni suoi componenti. Tuttavia, il gruppo di ricercatori ha replicato invitando gli scettici ad eseguire rigorose datazioni C-14 sui campioni di dinosauro il loro possesso, così da poter confrontare i risultati.

Sebbene la sfida sia stata lanciata, la comunità scientifica “ortodossa” ha incredibilmente rifiutato e i precedenti tentativi di pubblicare i risultati dei test sulle riviste d’élite sono stati ripetutamente bloccati.

Inoltre, è stata anche impedita la presentazione dei dati grezzi, cioè senza interpretazione, in numerosi simposi scientifici: nel 2009 dal North American Paleontological Convention, nel 2011 e 2012 dall’American Geophysical Union e dalla Geological Society of America.

“Il pubblico deve essere informato sul fatto che le datazioni dei reperti e le raffigurazioni antiche dei dinosauri rendono le attuali convinzioni obsolete”, ha detto Miller. “Il ruolo della scienza è quello di trovare prove, non di rimanere prigioniera delle proprie convinzioni, lasciandole cadere dove possibile”.

In tutte le università il dibattito è aperto e si divide in due fazioni chi si arrocca nella tradizionale convinzione e chi aperto a questi nuovi risultati chiede nuove sperimentazioni e la datazione di tutti i ritrovamenti  fatti negli anni passati così da risolvere in modo definitivo la controversia, questa seconda richiesta sta scoprendo un nervo nevralgico della moderna paleontologia ed antropologia, la quale è chiusa nelle sue teorie ormai solo per una questione di fede, tanto quanto la fede che hanno i creazionisti, non più distinguendosi da questi se non per una diversa teoria.

Sarebbe auspicabile invece che come scienziati, applichino le moderne tecniche di indagine così da svelare queste scoperte e la verità, anche a costo di dover rivedere dogmi e teorie a cui tengono come atti di fede per l’appunto.

Dal mio canto resto alla “finestra” ad osservare e non posso che constatare che come sempre l’uomo tende a mantenere gli status quo e la verità che gli è più consona piuttosto che cercare nuove strade di conoscenza come un’epoca moderna in cui viviamo richiederebbe per il bene assoluto dell’umanità e della verità.