Cimitero militare tedesco di Costermano sul Garda

Cimitero militare tedesco di Costermano sul Garda

Se siete per turismo, diporto o semplicemente di passaggio sul lago di Garda, sponda veronese, e volete passare qualche ora immersi nel verde e nella storia, potrete accedere gratuitamente al cimitero militare tedesco di Costermano sul Garda.

Qualcuno potrebbe obiettare, che ci azzecca una vacanza con un cimitero?

In realtà molto, visto che questo luogo è un vero e proprio parco verde, molto ben tenuto, nel quale è possibile passeggiare e immergersi nei fatti storici successi tra il 1940 ed il 1945.

Il parco cimiteriale fa parte di un circuito di cui troverete la mappa murale nel parco stesso, a disposizione di chi volesse fare una visita in tutto il nord Italia.

A secondo della stagione in cui vi recherete, potrete godere dei più svariati colori della natura, si possono anche avvistare uccelli come i picchi , falchi e poiane.

Non resta che lasciarvi al piccolo video che ho girato in un paio di visite al parco, buona visione.

Perchè Lago di Garda?

Perchè Lago di Garda?

Ma perchè il lago di Garda ha questo nome? Ma non si chiama anche Benacus (Benaco in Italiano) ? Si ecco cioè……… è la risposta dei più in realtà come i nomi di molti paesi del lago , la sua  origine non è ne chiara ne certa, gli studi ufficiali riportano quanto segue:

Il nome attuale, lago di Garda, è attestato fin dal Medioevo, mentre Benàco era il nome con cui era conosciuto il lago fin dall’epoca romana. Il primo toponimo è di origine germanica, mentre il secondo è quasi sicuramente di origine celtica, precedente quindi al dominio romano. La voce latina Benacus indicherebbe un dato geografico del lago: bennacus, cioè dai molti promontori. Garda prende nome, invece, dall’omonima cittadina sulla sponda veronese del lago, il cui toponimo testimonia, insieme ad altre località meno conosciute del lago, come Gardone, Gàrdola, Gardoncino, Le Garde, Gardoni e Guàrdola, la dominazione germanica che va dal VI al VIII secolo, in particolare quella longobarda.

Il toponimo Garda, con il quale è chiamato il lago fin dal VIII secolo, come testimoniano alcuni documenti, è l’evoluzione della voce germanica warda, ovvero guardia, luogo elevato atto ad osservazioni militari o castelliere di sbarramento e forse si riferisce alla Rocca di Garda, usata come difesa osservazione guardia anche durante la prima guerra mondiale, vista la sua posizione dominante.

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Gli abitanti del lago, in particolare modo quelli della sponda veronese, pronunciano il nome Benaco con l’accento sulla e, ovvero Bènaco. La corrispondente gli antichi romani invece lo pronunciavano Bēnācus.

Ci sono però nuovi studi , o per dirla in gergo poliziesco, nuove piste da battere, infatti esistono due “storie” narrate nei secoli, quella della città poi sommersa, collegata all’istmo della penisola di Sirmione, che si chiamava appunto Garda,e quella del nome in onore di una vittoria.

Della seconda pista troviamo prove storiche concrete, infatti nel 260 dopo Cristo, si combatte sia in terra che in acqua proprio su tutto il territorio del lago di Garda, per fermare le invasioni barbariche di quegli anni.

In quegli anni gli Alemanni cominciarono a fare incursioni superando il passo del Brennero, scorrerie di soli uomini guerrieri , non una vera e propria migrazione con e famiglie e tribù, I Goti stessi avevano cominciato ad invadere le province balcano-anatoliche, e proprio mentre l’esercito romano si spostò per combattere i Goti, gli alemanni invasero il nord della penisola italica.

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 Calzature Barbariche rinvenute sulla sponda bresciana del Lago di Garda

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L’imperatore Caracalla

(Caracalla, originariamente Lucio Settimio Bassiano poi dal 195 Marco Aurelio Antonino come volle il padre Settimio Severo)

In quegli anni governava l’Imperatore Claudio , succeduto a Caracalla ed aveva già i suo grattacapi con “l’usurpatore” Aureolus, infatti parte delle legioni romane erano impegniate a combatterlo ed a vincerlo.

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Vinto Aureolo e sconfitti i Goti nella battaglia di Naisso in Serbia, Claudio spostò l’esercito verso il nord Italia, la vittoria cotro i Goti fu così apprezzata dal Senato romano che l’imperatore ricevette il titolo di Gothicus Maximus, titolo poi dato anche a Quintilo suo fratello succedutogli pochi mesi dopo.

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                                                       Busti attribuiti a Claudio il Gotico

Giunge quindi un caldo novembre del 268 DC., gli Alemanni avevano invaso in forze il nord Italia, e si concentrarono nei pressi del Lago di Garda, dove si erano scontrati con le avanguardie delle difese locali romane.

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Claudio, radunate le legioni, forzando le tappe giunse da sud sul Lago di Garda, nel quale secondo alcune fonti fece stanziare alcune triremi, infatti gli Alemanni pure avendo concentrato il grosso delle forze nei pressi del territorio del Baldo Garda, avevano parecchi guerrieri sul territorio bresciano-lombardo, e con barconi potevano spostare truppe da una sponda all’altra.

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Quindi Claudio schierò sul campo 35.000 uomini ed un piccolo numero di triremi nel lago , pronto a dare battaglia.

Gli Alemanni avevano però portato in Italia ben 100.000 uomini, di cui una parte in riserva sulle sponde del lago.

Poco si sa della battaglia, al mattino, i romani schierati in legioni e con le caratteristiche testuggini, ingaggiò battaglia, nel passare delle prime ore , gli Alemanni caduti sul campo di battaglia erano numerosi e pochi i romani uccisi, cominciarono quindi a spostare uomini con i barconi, intervennero quindi i triremi romani che nel golfo situato di fronte al paese di Garda, ingaggiarono battaglia affondando la maggioranza dei barconi ed impedendo ai barbari di ricevere rinforzi ed anche di fuggire via lago.

Quando circa la metà dei guerrieri Alemanni giacevano morti o gravemente feriti sul terreno dei campi di battaglia, il loro esercitò si precipitò in una fuga disordinata verso nord, abbandonando armi e vettovaglie, mettendo più distanza possibile tra loro ed i romani.

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Le legioni romane rastrellarono inseguendo gli Alemanni , altri guerrieri su per i monti verso il passaggio del Brennero .

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Gli Alemanni non erano totalmente sconfitti, ma per il momento in rotta rientrarono nei loro territori oltralpe, ed i romani si ripresero i territori persi nei sette anni precedenti, gli Alemanni faranno altre incursioni, la più corposa sarà fermata da Aureliano nel 271.

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Claudio vittorioso, e applaudito dal Senato Romano, visto che ebbe la vittoria nei pressi del lago, e che fu di aiuto affondare le barche ed incutere timore dalle acque alle truppe di terra con i triremi, nel golfo antistante il villaggio (paese) di Warda , romanizzato Garda, decise di chiamare il Benacus, lago di Garda .

Pochi mesi dopo morì e gli succedette il fratello, resta il racconto sbiadito nei secoli della battaglia , ma dei documenti e del decreto di ringraziamento con il titolo di lago di Garda non sì sa più niente, di fatto le popolazioni locali e romane cominciarono a chiamare il lago con il nome in uso ancora oggi ,Lago di Garda in onore e ricordo della battaglia vincente tenuta in un lontano giorno di un caldo novembre nell’anno 268.

Ermanno Azzolini.

Il misterioso “Tesoro” dei Catari a Sirmione

Il misterioso “Tesoro” dei Catari a Sirmione

Siamo tutti concordi nel dire che il Codice da Vinci è un bel romanzo, un vero e proprio best seller, quindi anche che la storia in se non è altro che invenzione letteraria……….no?

No, si, cioè nella sua interezza come racconto si è invenzione, ma un’invenzione creata con diversi fatti storici veri e sopratutto raccontando in parte uno dei misteri più studiati del medio evo, cioè quello sui catari e albigesi, un mistero nato nella regione francese della linguadoca.

Innanzi tutto definiamo chi erano i catari:

l “Catarismo” è un movimento ereticale diffusosi in Europa tra il XII e il XIV secolo, i cui adepti, più noti come “Albigesi” (dal nome della città francese di Albi dove l’eresia era particolarmente radicata) si richiamavano a quello stile di vita che ritenevano vicino alle prime aggregazioni cristiane, fondato sull’esercizio di povertà, umiltà e carità. Questa forma di ritorno ad una “chiesa” che i catari ritenevano delle origini incontrò in quegli anni che oggi (anche se spesso a torto) definiamo “oscuri”, un grande seguito, specialmente negli strati più umili della popolazione. La mutua assistenza, la protezione reciproca, il senso di appartenenza comunitario fecero rapida breccia nei cuori dei tanti che “sentivano” gli alti prelati troppo lontani dalle reali esigenze della povera gente o troppo indaffarati a dissertare di teologia nei loro studi per avvedersi delle concrete necessità dei credenti, attenzione che erano considerati eretici solo perchè non riconoscevano il potere temporale della Chiesa, ma erano a tutti gli effetti cristiani credenti, possiamo riassumere brevemente con il dire che  la definizione di “Catari” era dunque sinonimo di “puri”, forse per l’innocenza dei loro costumi morali. Secondo alcuni studiosi, l’eresia catara fiorì a Costantinopoli per essere poi portata in Francia, dove si affermò rapidamente in Provenza, ed in particolare nella città di Albi.

Ma l’origine del termine catari potrebbe anche essere altro, tanto fu il disprezzo che ricevettero dalla chiesa prima e dai potenti alleati poi che nulla o poco rimase sulle loro origini e sul loro credo, infatti ecco alcune interpretazioni del perchè furono chiamati catari, sulla cui etimologia gli autori dell’epoca hanno concepito due teorie: più probabilmente dal greco Kàtharoi cioè puri, o più folcloristicamente dal latino medioevale catus, gatto, un classico travestimento di Lucifero, al quale gli eretici, durante i loro riti (secondo i loro detrattori), baciavano le terga! Furono anche denominati pubblicani o pobliciani o populiciani, in collegamento ad un’altra eresia medioevale dualista, il paulicianesimo. Un ulteriore nome fu “bulgari”, dal paese originario della setta dei bogomili o “manichei” per un collegamento con l’eresia di Mani o impropriamente “ariani” (o arriani) per una connessione con le tesi cristologiche diArio. Dal mestiere abitualmente svolto da molti dei credenti furono anche chiamati tixerand, dal antico francese per tessitori, mentre grande confusione fanno ancora alcuni autori anglosassoni, che si ostinano a chiamarli patarini, confondendoli con il noto movimento riformista, e non certo dualista, della Pataria del XI secolo. Invece i catari chiamarono se stessi sempre e semplicemente boni homini o boni christiani.

S.Domenico e gli albigesi

 

Secondo la dottrina catara, l’uomo è una contraddizione vivente,con corpo e anima sempre in lotta tra loro;l’anima è prigioniera del corpo e solo separandosi da esso riprende possesso della sua vita spirituale. La morte è il solo mezzo per raggiungere la felicità, con la conseguenza che per i catari era ammesso il suicidio, mentre il matrimonio, che perpetua la catena della generazione, era una istituzione da abolire.

 

Per dirla in breve siccome il movimento faceva sentire deboli ed oppressi fratelli e protetti, non che solidali tra loro, piano piano coinvolse tutta la regione della linguadoca in Francia con diffusioni a macchia di leopardo sia in Francia che in altri stati europei, a questo punto la Chiesa intervenne per fermali, la svolta si ebbe nel 1198 con la salita al trono pontificio di Papa Innocenzo III che istituì una vera e propria crociata contro i Catari. In breve tempo tutte le città della Linguadoca furono messe a ferro e fuoco con la partecipazione dei crociati e di un ordine monastico appositamente creato i Domenicani, a cui era deputato il compito di smontare teologicamente le tesi dei Catari.

E qui inizia la nostra storia che si confonde in leggenda, ma vediamo restando con i piedi per terra cosa successe, in seguito a queste persecuzioni, anzi veri e propri massacri e genocidi, alcuni Catari si sparsero per l’europa in cerca di salvezza, ma la pace per loro durava sempre poco prima o poi venivano scoperti e massacrati sul posto.

Alcune di queste genti giunsero sul lago di Garda, a Sirmione i più e fondarono delle piccole comunità, ed ecco che prima dell’ultimo massacro in Linguadoca, o meglio proprio il giorno prima della presa dell’ultima fortezza catara a Montsegur che avvenne il 6 Marzo 1244, alcuni legati Catari anzi per la precisione 4 “perfetti ” della chiesa Catara partirono da Montsegur, con un importantissimo incarico, portare in salvo “qualcosa” su cui i crociati non avrebbero dovuto mettere mano, chi parla di oggetti preziosi, chi di oro, chi dei resti della Maddalena, ma in realtà non si sa cosa dovevano portare via in gran segreto e di così grande importanza da non potere assolutamente cadere nelle mani della Chiesa romana.

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I resti della fortezza di Montsegur

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Montsegur

Così all’imbrunire , approfittando della scarsa attenzione degli assedianti, e dell’impervietà data dal costone roccioso, si calarono tra le rocce e riuscirono a scappare.

Ma dove dovevano andare? Cosa dovevano portare di così segreto e misterioso, e sopratutto di così vitale importanza da non dover cadere in mano alla Chiesa Cattolica? E questo indefinito mistero oggetto o persona o reliquia avrebbe se reso pubblico distrutto la Chiesa di Roma?

Molto è stato ipotizzato ed ancorchè scritto su questo fatto storico, ma poco si è scoperto, il giorno dopo l’ultima roccaforte dei Catari, Montsegur fu presa e i suoi abitanti messi al rogo, al “Campo dei Cremati” finirono un anno circa di assedio e decenni di persecuzioni e stragi.

Ma contrariamente a quello che si pensa la storia dei Catari non fini lì in quell’ora ma continuo per almeno altri trenta anni, per quanto storicamente ci è dato sapere.

Alcune indicazioni storiche propendono per portare i nostri quattro oltralpe alla ricerca di un posto sicuro dove custodire il segreto “tesoro” e dirigersi sul lago di Garda, dove sia grazie alla guerra tra Guelfi e Ghibellini che diede loro la possibilità di trovare comunità Catare ben accolte dai Ghibellini che erano pro imperatore e contro il papato del quale i Catari erano spina nel fianco quindi ben accetti, sia grazie ad un particolare dogma cataro qui trovavano terra fertile per il loro sostentamento, infatti dovete sapere che ai Catari era interdetto di nutrirsi di qualsiasi cibo che fosse originato  da attività riproduttiva, come la carne, le uova, il latte etc. Ma nel medioevo non si conosceva ancora la modalità di riproduzione dei pesci, non erano considerati frutto di coito e quindi erano perfettamente edibili per i Catari, che ne facevano grande consumo.

Inoltre potevano benissimo mimetizzarsi con la popolazione locale che si cibava allo stesso modo , essendo poi ottimi pescatori ed artigiani furono ben accolti sulle sponde rivierasche del lago di Garda.

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     Sirmione veduta del castello edella Penisola comprese le “grotte di Catullo”.

Vi si trovarono così bene sulle sponde del lago che a Desenzano esisteva addirittura una Chiesa con oltre cinquecento “perfecti”, tra le principali in Italia e in Europa. Vi si praticava la dottrina del “dualismo assoluto”, portata da Niceta dalla lontana Dragovitza, in Bulgaria.

Nel 1273 a Sirmione è testimoniata pure la presenza dei catari albanesi,dal nome del loro Vescovo Albano,che appartenevano alla chiesa catara di Desenzano. A Sirmione si trasferì anche la comunità catara dei bagnolesi, provenienti da Bagnolo San Vito, oppure da Bagnolo di Nogarole Rocca, forse in seguito all’alleanza fra Mantova e Verona del 1270. Albigesi, albanesi e bagnolesi convissero a Sirmione per alcuni anni e, pur avendo impostazioni dottrinali diverse, trovarono un accordo nel rispetto delle idee reciproche, nella comune liturgia e nella necessità di usare questo rifugio.
Durante la loro breve permanenza nella nostra penisola, i catari svolsero un’intensa vita liturgica e spirituale, volta anche ad allargare la cerchia dei loro seguaci. Come detto in precedenza, in questo erano favoriti dalla presenza dei patarini con i quali condividevano la sfiducia nel clero e la volontà di riformare i costumi. In realtà i catari andavano oltre, proponendo una diversa impostazione dogmatica, ma ciò non impedì di confondere in breve tempo i tre termini sicchè patarini, catari ed eretici finirono con l’acquisire il medesimo significato.

Tornando alla Chiesa di Desenzano dove pare uno dei tre luoghi dove fu nascosto il prezioso “segreto” portato qui in salvo dai quattro”perfetti” Catari è famosa perchè dedicata alla Maddalena ed l’attuale Duomo anch’esso dedicato alla Maddalena (Santa Maddalena)è costruito proprio sulla precedente.

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precedente chiesa al cui interno forse era celato il prezioso mistero.

Circolano voci storiche che indicano inoltre la piccola chiesetta dei morti come ultima sede di alcuni Catari forse gli stessi”perfetti” detentori del mistero e quindi altra possibile sede di custodia del misterioso tesoro.

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Nel 1277, tuttavia, la longa mano dell’Inquisizione si abbatté anche sul Garda: da Verona si favorì una campagna militare ai danni della roccaforte sirmionese e Alberto, fratello di Mastino Della Scala , che voleva aggraziarsi i favori papali per consolidare il proprio novello potere,riuscì a far capitolare la città e imprigionare i Catari. Dopo alcuni anni di prigionia, il drammatico e definitivo epilogo: il 13 febbraio del 1278 166 Catari catturati furono condotti nell’arena di Verona e lì bruciati vivi in un immenso rogo, mentre Sirmione fu sciolta definitivamente dalla scomunica.

Certo è che alcuni Catari riuscirono a fuggire via lago, raggiungendo probabilmente la sponda veronese per poi dileguarsi o confondersi con le popolazioni locali, del misterioso”tesoro2 si sono perse le tracce, forse il terzo posto tramandato dalla leggenda sono le grotte di Catullo? O il castello di Sirmione ove ora fa bella mostra di se l’insegna dei Della Scala?

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Di certo sappiamo solo che non si trova più a Montsegur, dove il vento spazza sull’altopiano le antiche vestigia dei Catari.

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Molte sono le ricerche in atto tra monasteri, chiese e possibili siti Catari, ma ancora nessuno scavo sulle sponde lacustri, come a voler mantenere il segreto tale !

Note storiche e teologiche dei Catari:

La dottrina

I c. erano dei dualisti cristiani, che accettavano il Nuovo Testamento, e in questo si distinsero dai manichei, con i quali erano spesso accomunati dai cattolici. Essi credevano nell’esistenza di due principi contrapposti, il Bene ed il Male, impersonificati rispettivamente dal Dio santo e giusto, descritto nel Nuovo Testamento, e dal Dio nemico o Satana.

Come si è detto, il c. si divideva in due filoni: quello assoluto e quello moderato:

  • Per i dualisti assoluti, i due Dei erano sempre esistiti in un’eterna lotta ed avevano creato i loro due mondi, quello dello spirito e contrapposto quello imperfetto della materia, il mondo nel quale viviamo noi.
  • Per i dualisti moderati, Satana non era un dio, ma un angelo ribelle caduto, che aveva comunque creato il mondo materiale. Alcuni degli angeli (circa un terzo), cioè gli spiriti, furono lusingati ad unirsi a Satana, che li intrappolò successivamente nei corpi umani, impedendo loro di ritornare dal Dio giusto.

L’anelito continuo, quindi, dello spirito, dalla sua dolorosa prigionia nel corpo dell’uomo, era quello di poter tornare un giorno da Dio Padre, cosa che i c. cercavano di fare attraverso il Consolament, durante la loro vita, perché altrimenti sarebbero stati costretti a subire una continua metempsicosi (passaggio dello spirito da un corpo all’altro, anche animale), fino a potersi riunire di nuovo con Dio.

La figura di Cristo, solo apparentemente, coincideva con la dottrina cattolica. In realtà non era affatto così: i c. credevano che Cristo fosse un angelo di Dio, chiamato Giovanni, secondo Belibasta, che era sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. Quindi anche i c. aderivano al concetto docetista della mera apparenza della nascita, sofferenza e morte di Cristo sulla terra.

Automaticamente venivano a cadere due simboli cristiani, legati alla vita terrena di Cristo: la croce, che i c. negavano, se non odiavano, e la transustanziazione, la trasformazione cioè, del pane e vino in corpo e sangue di Cristo durante l’eucaristia, che i c. respingevano con orrore.

I riti e la liturgia

I c. rifiutarono la maggior parte dei riti e delle liturgie cristiane per utilizzare le proprie, che erano:
Innanzitutto il Consolament, una forma di rito complesso con imposizione delle mani, fatto ad adulti, che riuniva in sé il valore dei sacramenti cristiani del battesimo, della comunione, dell’ordinazione e dell’estrema unzione. Con questa cerimonia, il c. da semplice fedele diventava un “perfetto” o “Amico di Dio”, come amavano dire gli stessi c. Molti credenti aspettavano di essere in fin di vita per chiedere il Consolament e preferivano a quel punto lasciarsi morire per digiuno, per non rischiare di essere esposti alle possibilità di peccato. Questa pratica si chiamò endura e diventò popolare nel periodo del tardo c., quando la scarsità di “perfetti” poteva rendere impossibile una seconda cerimonia di Consolament, se fosse stata necessaria.
Il Melhorament, un’elaborata forma di saluto tra c.
L’Aparelhament, una confessione pubblica dei propri peccati.
La , un bacio rituale di pace.
La recita del Padre Nostro, in pratica, unica (eccetto alcune invocazioni minori) preghiera accettata dal c., con alcune significative correzioni del testo: il riferimento al “pane soprasostanziale” al posto del “pane quotidiano”, inteso non come cibo materiale ma come insegnamenti di Cristo, e l’aggiunta in fondo alla preghiera della postilla “perché Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. I perfetti avevano l’obbligo di recitarlo più volte al giorno, solitamente in serie da sei, da otto o sedici dobla

Come vivevano e come erano organizzati
Dal punto di vista alimentare, i perfetti c. erano vegetariani, abolendo dalla loro dieta carne, uova, latte e derivati, ma curiosamente non il pesce e i crostacei, e praticavano spessissimo il digiuno a pane e acqua, nella Quaresima, nell’Avvento, dopo la Pentecoste e tre giorni la settimana o come penitenza per peccati di lieve entità.

Non potevano mentire ed erano inoltre casti, condannando il matrimonio e l’unione sessuale, che portava alla procreazione, come atto tipico del mondo materiale creato da Satana e che perpetrava continuamente la catena delle reincarnazioni, proprio quello che i c. cercavano di spezzare.

Infine essi erano tenuti al precetto di non uccidere, il che li mise spesso in forte crisi quando si trattava di difendersi durante la crociate e le successive campagne di persecuzioni dell’Inquisizione. Questi precetti, tuttavia, non si applicarono ai semplici fedeli e simpatizzanti, che poterono invece brandire le armi per difendere la propria causa.

Per quanto concerne l’organizzazione, il capo della comunità o della chiesa assumeva il titolo di vescovo, secondo i cronisti cattolici dell’epoca, mentre il perfetto, destinato a succedergli era denominato “figlio maggiore” e quello destinato a succedere a sua volta “figlio minore”. Pare invece improprio il titolo di “papa” cataro, attribuito a Niceta.
I testi.
A parte il Nuovo Testamento, i c. avevano prodotto una copiosa letteratura, per la maggior parte andata distrutta durante le persecuzioni. Le fonti originarie, a noi giunti, comprendono:
Il Liber de duobus principiis, scritto da Giovanni di Lugio, vescovo della chiesa di Desenzano e maggiore teologo c., e scoperto per caso nel 1939 nell’Istituto Storico Domenicano di Santa Sabina, a Roma.
L’Interrogatio Iohannis, denominata anche Cena Segreta, un apocrifo bogomilo portato in Italia da Nazario, vescovo della chiesa di Concorrezzo, che s’ispirava alla Genesi e agli apocrifi della Bibbia.
Un altro apocrifo bogomilo, la Visione di Isaia, tradotto in provenzale da Pietro Authier.
Il Liber contra Manicheos di Durand de Huesca.

Varie versioni dei rituali c., sia quello utilizzato dai francesi, denominato occitano, che quello usato dagli italiani, chiamato latino.
Gli atti del concilio di Saint Felix de Caraman, trascritti in un testo, denominato Carta di Niceta, scritto tra il 1223 ed il 1226, di cui ci sono giunte delle copie del XVII secolo.

Gli ultimi Cimbri

Gli ultimi Cimbri

Grazie all’incontro ed alla disponibilità del Dott. Alessandro Norsa e del Dott. Stefano Valdegamberi , antropologo e psicologo il primo, politico e scrittore di cultura e tradizioni il secondo è stato possibile girare un raro documento sugli ultimi Cimbri rimasti nella provincia di Verona, un documento più unico che raro che qui voglio riproporvi con un ringraziamento a mio figlio Joel che si è dedicato alle riprese video, voglio riproporlo qui dopo averlo realizzato come Benacus TV, perchè sia disponibile ai più come tutti i servizi e gli articoli che proporrò su storia e tradizioni, cultura del nostro territorio.